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"Così parlano le mafie", il viaggio di Lara Ghiglione nel linguaggio mafiosi

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: CULTURA

AGI – Una stretta di mano, un bacio sulle labbra, una puntura sul dito con una goccia di sangue su un’immagine sacra, un ‘inchino’, un banchetto sontuoso, un tatuaggio, qualcuno, attraverso questi gesti o figure sta dicendo qualcosa. È un linguaggio particolare:è quello delle mafie. Un linguaggio che si lega a tradizioni antiche e resta ancorato a simboli ma è pronto ad adattarsi alla società che cambia.

Una forma di comunicazione che è bene conoscere, proprio per saper scegliere da che parte stare. Ad analizzare l’evoluzione dei linguaggio mafioso ci ha pensato Lara Ghiglione, docente di scuola primaria e segretario generale della Cgil di La Spezia, esperta in criminologia, con il suo saggio “Così parlano le mafie” edito da Città del Sole.

Un testo che mette a confronto le tre più potenti organizzazioni criminali italiane con il contributo di alcune interviste realizzate dalla stessa autrice al Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia Anna Canepa che ha curato anche della prefazione, al generale Giuseppe Governale, direttore della Dia, ad Andrea Orlando, attuale ministro e già titolare della Giustizia e al giornalista Paolo Borrometi, oggi vice direttore dell’AGI.

“E’ un tema, questo delle mafie, che ha suscitato in me grande impressione e interesse a partire dalla morte di Giovani Falcone e Paolo Borsellino. In realtà, la mia generazione, quella degli anni ’70 – racconta Lara Ghiglione – si è scontrata con il fenomeno mafioso in modo violento a partire da quell’avvenimento. Eravamo adolescenti quando ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio e abbiamo iniziato a capire solo allora cosa fosse la mafia. L’impatto mediatico a quel tempo, fu veramente forte. Penso che rispetto ad altre generazioni, abbiamo una sensibilita’ maggiore sul tema “.

Ma perché proprio uno studio sul “linguaggio”? “Ad una iniziativa di Libera (associazione di promozione sociale contro le mafie, n.d.r.) ho conosciuto il generale Governale, attualmente direttore della Dia. In quell’occasione, fece una analisi su come si opera nei contesti a rischio. Un modo di lavorare che non può prescindere dall’attenzione agli atti quotidiani che riteniamo semplici come lo stringersi la mano, prendere un caffè. Perché tutto quello che si fa in certi contesti a rischio, può voler dire qualcosa. E allora ho capito che l’elemento della comunicazione nel contesto mafia, è estremamente importante”.

Ed ho deciso di fare degli studi per capire se c’è stata una evoluzione di questo aspetto. Ho preso in mano carte, letto testimonianze. Ho cercato di capire. E ho scoperto un mondo che non conoscevo. Come quello ad esempio, del rapporto fra mafia e religione, o dell’uso dei fuochi d’artificio, l’ostentazione dall’interno del carcere di quello che si mangia. Tutti simboli di potere”.

Secondo Ghiglione, le mafie pur differenziandosi per alcune caratteristiche peculiari, in termini di comunicazione hanno elementi comuni: “Il decalogo dei comportamenti mafiosi le hanno tutte e tre le organizzazioni, Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta – spiega – ma ciò che le accomuna, è l’aver capito che per mantenere potere è necessario continuare ad avere una territorialità, un legame forte con il territorio, ma anche evolversi attraverso l’uso dei mass media e di internet. Per le mafie oggi è fondamentale riuscire a fare entrambe le cose”.

E come? “Attraverso la religione ad esempio, con le processioni, gli ‘inchini’ della statua del santo davanti alla casa del boss, l’uso dell’idioma dialettale. Tradizione e innovazione sono un elemento che accresce il potere e questo lo hanno tutte e tre le mafie. La cosa che però le distingue, è per esempio che mafia calabrese e siciliana hanno mantenuto il legame con la tradizione più forte mentre la camorra sta cambiando tanto che a volte, il confine fra organizzazione criminale e quella di stampo mafioso non è labile. Tradizione e innovazione, sono quindi gli elementi che accomunano”.

In effetti, ora le mafie sono al passo con i tempi, basta vedere l’uso che fanno di internet, dei social dove si palesa un atteggiamento sfrontato, sfacciato. Soprattutto da parate dei giovani. Anche in spregio a possibili denunce, piovono minacce e insulti. “L’uso dei social media e della rete in generale – aggiunge Ghiglione – ha due motivi. Uno è quello della segretezza garantita da questi strumenti che permette di condurre traffici illegali sapendo che l’intercettazione e la capacità di scoprire queste comunicazioni è minore rispetto a quella di commetterli usando gli strumenti tradizionali. Quindi, questo per loro è sicuramente un vantaggio”.

“Con Telegram, WhatsApp ad esempio, le forze dell’ordine faticano molto perché le rogatorie per avere quelle comunicazioni delle mafie vanno chieste agli Usa e quindi i tempi si dilatano e le intercettazioni diventano complicate. Il secondo motivo legato al largo uso dei social, la nella disponibilità da parte delle mafie dei mezzi tecnologici, perché hanno capacità di investimento maggiori. E i social, ovviamente, vengono usati per accrescere il consenso. Nel libro ci sono foto che ostentano la forza dei messaggi”.

“Farsi vedere con macchine potenti, belle donne e con soldi, serve per rafforzare il potere e controllare attraverso il numero di like ottenuti. Insomma, sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo, le mafie controllano e si rafforzano attraverso strumenti usati dai semplici cittadini”. E la religione? A cosa serve alla mafia? “A lavarsi la coscienza – sottolinea Ghiglione – aiuta a mantenere il legame con la comunità ma è anche elemento per giustificare e ammantare di una qualche proprietà divina i loro comportamenti”.

“Nel mondo della Chiesa ci sono stati preti, soprattutto in periferia, coraggiosi che hanno combattuto le mafie e hanno perso la vita per questo. Però, c’è stato anche un legame preoccupante fra religione e mafia . La cosa evidente è che ovviamente i valori delle mafie non si possono accomunare con quelli religiosi. Mafia e credenti, pregano un dio diverso. Non c’è niente che li accomuna ma l’uso è duplice, serve per mantenere il legame con il territorio e giustificare e lavarsi la coscienza. Il rito della affiliazione, ad esempio, riprende molto quello del battesimo”.

“L’elemento del sangue rappresenta una rinascita. Si rinasce e si entra a far parate di un mondo all’interno del quale ci sono valori religiosi usati in modo improprio per giustificare il crimine”. E il bacio? “Serve a sigillare il segreto, come simbolo di unione e rispetto. Boss mafiosi, eterosessuali, si baciano in bocca proprio per enfatizzare il forte legame e sottolineare il fatto che in nessun modo parleranno reciprocamente dei i propri crimini e di quello che ovviamente succede all’interno del clan”.

E poi c’è la musica. “La rappresentazione dei neomelodici è un altro sistema per comunicare. Ci sono cantanti che attraverso la musica – dice l’autrice – usano piattaforme e inneggiano alla malavita organizzata distribuendo disvalori che tutti rischiano di ascoltare. Ci sono canzoni che celebrano l’ omertà e raccontano come si riorganizza il clan dopo che il boss è stato incarcerato. E queste cose possiamo ascoltarle tutti. Non ci sono censure. Io stessa se non avessi fatto questi studi, non me ne sarei accorta”.

Il libro quindi può rivelarsi uno strumento molto utile per il giovani che sono i primi ‘consumatori’ dei social. “Lo scopo è proprio quello di far capire ai ragazzi, ma anche agli adulti, quanto siamo circondati dal sistema mafia. Quello che noi riteniamo innocuo come una serie tv, un film, un social, in realtà – sottolinea Ghiglione – contiene in se elementi che contengono simboli e messaggi mafiosi. Con il mio saggio ho voluto dare degli elementi di lettura del linguaggio e dei segnali”.

“La mia speranza è che questo testo possa arrivare davvero ai ragazzi con un invito a non lasciarsi tentare. I giovani devono venire a conoscenza che c’è un mondo simbolico che speso viene sottovalutato. Il post copertina del libro cita Bufalino e dice che la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestre elementari: ecco, io credo che al di là delle leggi e delle normative è fondamentale fare prevenzione attraverso la cultura e la conoscenza. Se non si parte da una cultura della legalità e una reale percezione di quello che accade, le leggi da sole non bastano”. 

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