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Gli 'sponsor' moderati di Draghi. Le sfide sul tavolo 

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

AGI – Il giorno dopo la protesta di Fraccaro e di altri esponenti M5s alla scelta di Draghi da parte del Presidente della Repubblica, Mattarella, il ministro pentastellato D’Incà fu uno tra i primi a chiedere un’apertura di credito da parte del Movimento all’ex numero uno della Bce, anche se i principali ‘sponsor’ in M5s di Draghi sono in prima battuta Di Maio e poi Grillo. In seguito arrivò l’ok del presidente del Consiglio uscente, Conte, dei capigruppo e del capo politico, Crimi.

Non è un caso che nella squadra del ‘Professore’ ci siano Brunetta, Carfagna e Gelmini. Il primo è stato tra capofila forzisti a fare da apripista a questa soluzione, la capogruppo ‘azzurra’ alla Camera e la vicepresidente di Montecitorio, anche grazie ai buoni uffici di Gianni Letta, sono state le interlocutrici dell’area moderata ‘azzurra’ con il nuovo presidente del Consiglio.

Entrano nell’esecutivo pure Garavaglia (al Turismo), Stefani (Disabilità) e Giorgetti (al Mise). Tutti e tre avevano fatto parte del Conte 1, il primo nel ruolo di vice ministro, il terzo come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Da sempre considerato vicino a Draghi.

“Io sono orgoglioso se la Lega mette a disposizione uomini e donne al governo Draghi. Io ascolto tutti ma l’ultima parola in casa Lega è la mia”, dice il segretario del partito di via Bellerio, Salvini, promettendo un gioco di squadra. Del resto è stato proprio il ‘Capitano’ lumbard ad aver portato avanti l’operazione. In ogni caso tutti i partiti sono stati informati della lista dei ministri solo a pochi minuti dall’arrivo di Draghi al Quirinale. “Informati ma non coinvolti”, come ha detto l’ex responsabile dell’Interno. Per Italia viva entra l’ex ministro Bonetti, alla vigilia si pensava all’ingresso dell’ex responsabile dell’Agricoltura Bellanova.

È comunque un altro segnale di continuità (Renzi esulta anche per le scelte di Cingolani e Colao), come lo sono per esempio le conferme di Guerini e Speranza. Il Pd avrebbe voluto più donne ma ‘incassa’ la nomina dei tre principali ‘big’ dem. Ovvero anche Orlando al Lavoro e Franceschini alla Cultura. Non c’è, invece, un ministro per i cosiddetti ‘piccoli’.

E non c’è neanche un dicastero degli Affari europei, per il quale si era fatto il nome di Tajani. Sono restati fuori tutti i leader, sono entrati esponenti ‘tecnici’ di rilievo come Franco e Giovannini, Cingolani e Colao.

Ventitrè ministri, 15 uomini e 8 donne, tra cui la confermata Lamorgese all’Interno. Non c’è il premier uscente Conte. “È lo stesso governo senza di lui”, dicono da Fdi. Pd, FI, Lega, M5s, Leu e +Europa sono pronti a sostenere l’esecutivo, ma sotto traccia tra i gruppi serpeggia il malcontento, per chi non è stato scelto e per chi è stato scelto negli altri partiti.

È il caso, per esempio, della ‘fronda’ M5s che – e la protesta nelle chat parlamentari è un segnale – non ha apprezzato molto la presenza nel governo degli azzurri Brunetta e Gelmini e la nomina di Giorgetti al Mise. Domani il giuramento, all’inizio della settimana la fiducia. Nei prossimi giorni la battaglia sui viceministri e i sottosegretari. E poi subito le sfide. Dal ‘Recovery plan’ al piano vaccini, dal tema ambientale alla questione del lavoro. 

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