Cultura

"Il corpo e l'albero: entrambi sono in rapporto con il tempo"

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: CULTURA

La donna (ri)diventa albero, il suo corpo nudo (ri)disegna il paesaggio di una citta’, un sentiero nel bosco ha al centro un bivio e al centro del bivio c’e’, ancora, lei, la donna. Nerina Toci, fotografa siciliana di origine albanese, torna, dopo quattro anni da “L’immagine e’ l’unico ricordo che ho”, a raccontare il suo punto di vista sull’esistenza e lo fa in un volume denso, ampio, completo, ma non definitivo, dei suoi scatti, raccolti e pubblicati dalla Fondazione Mudima in “Un seme di collina” (con testi di Davide Di Maggio, Achille Bonito Oliva, Lorand Hegyi, Dominique Stella, Andrea Lissoni e Lisetta Carmi, reperibile su www.mudima.net).

Il titolo, spiega all’AGI, arriva “da un testo che ho scritto e che riprende i temi del mio immaginario”. “Il seme – prosegue – rappresenta in qualche modo la vita o, meglio, la possibile nascita della vita. La maggior parte del lavoro, ancora non concluso, e’ un continuo rapportarsi con la natura e, in alternanza, ad accogliere alcune geometrie che tendono a contenuti e intuizioni della coscienza”.

Nel bianco e nero di Toci, cosi’, un angolo parla attraverso un volto e un incrocio di rette prende vita in un corpo, in un rincorrersi costante e intrigante tra il mistero e il suo svelarsi. “Quando il corpo e’ nudo – afferma la fotografa – esso si da’ all’osservatore, si offre in modo piu’ o meno esplicito. La nudita’ e’ funzionale anch’essa a un discorso, il corpo ha un suo linguaggio e racconta da se’ una storia, e’ nella storia ed e’ storia”.

Coprire il corpo, come Toci propone in scatti sorprendenti, puo’ “rappresentare anche la seguente di una narrazione interiore interrotta, oscura, enigmatica”. “E’ la composizione della foto nel suo complesso – sostiene – a determinare l’estetica. Le figure antropomorfe di Toci accompagnano – “come Alice nel Paese delle meraviglie”, ricorda Achille Bonito Oliva in un testo contenuto nel volume – chi guarda, e realizza un viaggio nella fiaba attraverso figure femminili che, sottolinea Davide Di Maggio in un altro testo critico, “fondano il loro erotismo, il desiderio di costruirsi un’arma che riesca a a sconfiggere la volgarita’ contemplativa dell’uomo“.

“Credo che alcuni miei lavori – spiega la fotografa – richiamino il mito nella sua accezione piu’ classica e cioe’ quella legata, per esempio, al concetto di soprannaturale e di rito e del loro abitare in differente modo il tempo. L’elemento soprannaturale e’ qui intenso come realta’ invisibile e trascendente, realta’ che sta al di la’ della nostra immediata esperienza sensibile. Certamente la scelta di molti scenari e’ legata a queste mie suggestioni, al senso di sacralita’ e di ritmo che evocano alcuni elementi naturali”.

Puo’ la fotografia catturare la metamorfosi? Determinarla, perfino? E’ cio’ che sta cercando di fare? “Se per metamorfosi si intende, in senso ampio, il cambiamento, il divenire delle cose del mondo, si'”, risponde. “Credo che la fotografia – aggiunge – possa tentare di rappresentarlo, in molte delle sue forme. Tuttavia, non essendo costituita da immagini in movimento, come ad esempio il cinema, realizza il cristallizzarsi delle immagini stesse”.

La natura prende il posto nella donna, in molte immagini. Un fiore, un albero, un tralcio di vite dal quale lasciarsi dondolare o che si prende cura di un viso. “L’albero e’ uno degli elementi naturali a me cari poiche’ richiama il rapporto profondo e diretto, simbiotico direi, con la terra. L’albero e’ un oggetto naturale con il quale la forma del corpo umano si intreccia, interagisce, la sagoma del corpo e quella dell’albero sono in dialogo costante, il corpo si muove, l’albero rimane saldo e fermo alla terra, entrambi mutano, sono in rapporto con il tempo”.

Il volume, che raccoglie 69 scatti, e’, appunto, il “seme” di un progetto. “Quando ho iniziato – racconta Nerina Toci – ho sentito l’esigenza di indagare la mia identita’, cosa rappresentava il reale per me. Venivo condizionata dai sogni, cercavo di riprodurre i ricordi o cio’ che rimaneva di essi. Oggi il mio tentativo e’ di catturare la struttura dell’identita’ universale, di trovare tracce e frammenti di eterno nel tempo e nello spazio che abito”.

La macchina fotografica e’ alle prese con la materia, ma in realta’ ne cerca l’anima. “Che cosa e’ il reale? Esiste una realta’ indipendente dal pensiero? Nel processo di creazione – afferma – la frammentazione e’ il tentativo di dare forma, tramite il nero-materia, a cio’ che solo e’ intuibile ma non afferrabile; l’integrazione avviene tramite l’esplosione della forma nell’esterno informe per poi ricondurmi a quel punto d’origine della coscienza che e’ costante e permane. Quindi, la domanda e’ destinata a rimanere inevasa, perche’ rispondere significherebbe possedere o catturare l’assoluto. La sola risposta possibile e’: Essere”. 

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