Cultura

Ottant'anni fa nasceva Frank Zappa, genio e provocatore che cambiò la musica

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: CULTURA

AGI – Melodie sbilenche, ritmi aperti, improvvisi squarci armonici e sberleffi sonori. Incroci inusitati di jazz e pop, pentagrammi che sembrano mappe stellari, perfezionismo maniacale e spiazzanti provocazioni intellettuali. Avanguardia novecentesca e rock duro, portentoso blues e sperimentazione elettronica. Assoli di chitarra infiniti, sezioni fiato cubiste e linee di vibrafono da capogiro. Intrecci vocali sublimi e sfrontate allusioni sessuali. Cabaret e satira, Stravinsky e immaginario da film di serie B. Tutto questo era Frank Zappa, e forse di più se un’orrenda malattia non se lo fosse portato via il 4 dicembre del 1993 a Los Angeles.   

Domani Zappa avrebbe compiuto 80 anni (era nato a Baltimora il 21 dicembre 1940) ed è difficile immaginarselo come un canuto vegliardo, lui che è stato uno dei maggiori provocatori del secolo passato, o anche il compositore e polistrumentista a cui capitava di farsi ritrarre seduto in bagno con i calzoni abbassati. Ma questo ha più a che vedere con l’icona-Zappa più che non con la sua figura di musicista, chitarrista, band-leader, arrangiatore e autore di testi spaventa-borghesi.

Inutile girarci intorno: Frank Zappa è stato uno dei maggiori geni del Novecento. Uno dei compositori più influenti, peraltro in modo trasversale, dal rock alla musica cosiddetta ‘colta’, in questo paradossalmente simile ai Beatles, per quanto sideralmente distante. Lo disse chiaro e tondo il grande compositore e direttore d’orchestra Pierre Boulez: “Frank apparteneva a due mondi: quella della musica rock e quello della musica contemporanea. Ed entrambe le tipologie del suo lavoro gli sopravviveranno”.    

In effetti Zappa è stato un uomo che aveva aperto un costante contenzioso con l’ordine costituito, in un senso intellettuale e culturale più che politico: una guerriglia ininterrotta sia all’idea convenzionali di musica che all’american dream, da tempi del suo stupefacente esordio (‘Freak Out’, del 1966, forse il primo album doppio della storia), alle ultime sperimentazioni ‘classiche’ con l’Ensemble Modern, dal jazz-rock di ‘Hot Rats’ alla musica contemporanea di ‘Yellow Shark’, dagli ‘oltraggiosi’ concerti con i Mothers of Invention – descritti dai giornali dell’epoca più o meno come dei sabba orgiastici – passando dalla sfida aperta che ingaggiò negli anni ottanta nei confronti della censura.   

Un episodio che fece epoca: si presentò alle audizioni del Senato statunitense non solo appellandosi al primo emendamento della Costituzione americana, ma smontando con una logica implacabile le assurde domande degli austeri parlamentari. Non c’è da stupirsene, visto che parliamo di un uomo famoso per frasi come questa: “Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno sia la sostanza basilare dell’universo, poiché sembra essere ovunque. Non sono d’accordo: io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo”.

Nato a Baltimora il 21 dicembre 1940 come figlio di un perito industriale originario di Partinico e cresciuto dall’età di 11 anni in Florida, dove il padre aveva avuto un impiego nel settore della Difesa, il giovane Frank da subito aveva manifestato una fremente passione per la musica. Ma invece di esaltarsi per Elvis Presley come gli altri coetanei, il nostro si appassionò al compositore di origini francesi Edgar Varese e ai grandi del firmamento della musica classica novecentesca, oltreché a bluesmen come Howlin’ Wolf e John Lee Hooker.   

“Iniziai a scrivere partiture complesse che la gente giudicava orribili. Allora ho cominciato a comporre un altro tipo di musica: ma anche quella all’inizio la gente la trovava orribile”, è il suo lapidario commento sui suoi primi anni. Leggendaria l’apparizione di un giovanissimo Zappa in giacca e cravatta in uno show televisivo nel quale s’industriò a ‘suonare’ una bicicletta. Appena una manciata d’anni dopo, sull’onda dell’esplosione di colori californiana della nascente controcultura globale, con ‘Freak Out’ il fenomeno Zappa esplode subito in tutta la sua potenza: bisogna dire che erano anni di continue ed elettrizzanti scoperte musicali, era l’irripetibile periodo in cui la più stupefacente creatività – dai Beatles in su – era diventata una specie di paradossale ‘mainstream’. E non a caso fu lo stesso Paul McCartney a dichiarare che ‘Freak Out’ aveva rappresentato un’influenza cruciale nell’ideazione di quello che è considerato il capolavoro assoluto dei Fab Four, ossia ‘Sgt. Pepper’s’, del 1967.   

Casomai, il problema di Zappa è stata una sorta di equivoco che ha caratterizzato il suo rapporto con il pubblico, che l’ha troppo spesso e a lungo classificato solo come beffardo artista satirico, come eroe della ribellione da capelloni oltraggiosi più che come compositore vero e proprio, come musicista completo e coraggioso. Ma l’equivoco più clamoroso è quello legato al successo del singolo ‘Bobby Brown’, che nel 1979 vendette vagonate di copie nei Paesi scandinavi, in Germania, in Austria e in Svizzera (ma fu censurato per ‘oscenità’ negli Stati Uniti): fu preso per una sorta di ‘ballad’ da nightclub, in effetti era una feroce presa in giro del maschilismo bianco americano, con il protagonista del titolo che guida auto veloci ed è l’idolo di tutte le cheerleader della scuola, ma finisce per essere omosessuale dopo l’incontro con una femminista del ‘fronte di liberazione della donna’.      

In realtà, equivoci a parte, la sequenza di dischi realizzati dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Ottanta è da togliere il fiato in termini creativi: da ‘Uncle Meat’ a ‘One Size Fits All’, da ‘The Grand Wazoo’ all’infinita suite di ‘Joe’s Garage’, una imperterrita sfida ai confini estremi della musica, spostati di continuo in avanti in modo da spiazzare in maniera quasi spietata le aspettative dell’ascoltatore, le sue abitudini, le sue certezze.

Non a caso Zappa, che era un perfezionista, negli anni si circondava da alcuni dei migliori musicisti che la scena mondiale potessero offrigli: batteristi formidabili come Terry Bozzio, Vinnie Colaiuta o Chad Wackermann, virtuosi della chitarra come Adrian Belew (che ritroveremo a fianco dei Talking Heads, di David Bowie e dei King Crimson) e Steve Vai, frontmen temerari come Alice Cooper e soprattutto Captain Beefheart, su su fino a grandi compositori come appunto Boulez (che diresse le sue musiche in ‘The Perfect Stranger’ (1984), questo senza considerare fedelissimi come Ruth Underwood, Ed Mann, i fratelli jazzisti Randy e Mike Brecker. E’ questo uno dei motivi per i quali le sue esibizioni dal vivo (e la mole formidabile di dischi che ne sono stati tratti) incarnano forse ancora meglio della sala di registrazione il cuore della sua opera musicale.   

Tra i tanti, ci limitiamo a citare ‘Roxy & Elsewhere’, oppure l’immenso ‘Zappa in New York’ (1975), forse uno dei migliori album live di sempre: la sua versione di ‘The Black Page’ è forse il singolo pezzo di musica nel quale il rock si fonde nel modo più sublime (e irraccontabile), quasi commovente, con l’avanguardia colta. E’ qui che si cristallizza forse uno dei meriti maggiori di Zappa: regalare alla sperimentazione il ‘calore’ del rock elettrico, unire la sfrontatezza di chitarre elettriche, batteria e tastiere alla vastità creativa della musica colta, abbattendo una volta per tutte ogni distinzione tra ‘alto e basso’, tra musica colta e musica popolare.

Allo stesso tempo, quando si è trovato a collaborare con protagonisti della musica ‘colta’ come l’Ensemble InterContemporain o della classica come la London Symphony Orchestra, seppe togliergli quello che è stato chiamato il ‘complesso del frac’, trascinandoli su un piano ben più viscerale, diretto e coinvolgente.  

La pulsione a cercare sempre nuove vie non l’abbandonò mai, neanche a pochi mesi dalla morte. Quand’era già gravemente malato ebbe l’idea di assoldare su due piedi un gruppo di cantanti mongoli venuti dalla fu Repubblica popolare di Tuva per quella che fu una delle sue ultimissime registrazioni, ‘Dance Me This’ (uscita assurdamente a vent’anni dalla sua morte). L’idea era semplice: essere sempre un passo avanti rispetto all’aspettativa del pubblico. “La mente umana è come un paracadute: funziona solo quando è aperta”, è una delle frasi più belle che gli siano state attribuite. Straordinariamente coerente ma difficilissimo da classificare, assolutamente unico e peculiare e al tempo stesso pervasivo come influenza musicale e lascito creativo, nessuno meglio di Franz Zappa ha espresso quello che è il paradosso di Frank Zappa: “A molte persone non piace niente di quello che ho fatto, ma a nessuno piace tutto quello che ho fatto”.

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