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Palermo, una “carezza” da Vienna: “Bello il richiamo alla palermitanità”

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(gm) Da Ivan Cangelosi, tifoso del Palermo, palermitano che ormai da tanti anni vive a Vienna, riceviamo e volentieri pubblichiamo quella che potremmo definire una lettera aperta alla società e alla città.

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Caro direttore,

la recente acquisizione del titolo sportivo del Palermo calcio da parte dell’imprenditore Mirri, ed il contenuto del manifesto che ha  accompagnato tale acquisizione, ha posto al centro dell’attenzione di tutti un  concetto di non semplice lettura come quello del “senso di appartenenza”. Cosa significhi oggi, nel XXI° secolo, in un mondo interculturale ed interconnesso, appartenere a qualcosa che rimandi ad una precisa ed esclusiva identità culturale, è spesso difficile da spiegare. Ammetto però che il richiamo al  senso di appartenenza e alla “palermitanità”, per uno come me (e tantissimi  come me) che da quasi 25 anni vive all’estero, nella città che da anni occupa inesorabilmente il primo posto della lista delle città più vivibili al mondo), ha suscitato il mio interesse e sollecitato alcune riflessioni.

La prima che ho fatto, subito dopo aver letto il manifesto di Mirri, è che si stesse compiendo una operazione sociale, culturale, economica, mi spingo a dire “politica”, prima ancora che sportiva, che non aveva precedenti nella nostra terra. Mi è stato subito chiaro che il messaggio di Mirri fosse rivolto in primo luogo ai palermitani e non soltanto ai tifosi del Palermo, un messaggio trasposto graficamente nel logo del nuovo Palermo che contiene, oltre l’aquila, anche la “P” di Palermo (personalmente ho notato subito, oltre alla P anche un cuore…). Con il manifesto e con il logo, quindi, si è voluto dire: qui non si parla del Palermo calcio: si parla di Palermo. L’identificazione della squadra di calcio con la propria città. Concetto espresso tra le righe dal sindaco Orlando quando, in fase di stesura del bando, disse chiaramente, e più volte, che la nuova squadra avrebbe dovuto chiamarsi “PALERMO”.

E pertanto, in ultima analisi, il senso di appartenenza che quel manifesto auspica, mi pare di capire sia più in generale verso la Città di Palermo.

E’ proprio su questo punto che mi è venuto di fare una seconda riflessione. Ho ripercorso a ritroso gli anni miei passati a Palermo, e quelli in cui ci sono tornato, più o meno regolarmente, in vacanza, cercando di analizzare situazioni, dinamiche interpersonali, comportamenti e abitudini culturali, per provare a fissare un unico comune denominatore, una peculiarità oggettiva della “palermitanità”. Riflettendo su questo, mi sono presto detto, con tristezza e smarrimento, di non essere più palermitano da tantissimi anni. Probabilmente non lo sono mai stato al 100%, perché avendo vissuto i miei primi sei anni a Torino, un anno in Gran Bretagna, avendo studiato a Padova e vivendo da quasi 5 lustri a Vienna, pur avendo i genitori palermitani, la fede calcistica tinta di rosanero, e continuando ad avvertire Palermo e l’Italia come casa mia, credo sia oggettivamente sbagliato definirmi palermitano purosangue. E comunque, 25 anni (metà della mia vita) all’estero, non possono non cambiarti.

Tanto sono cambiato che, pur tornando regolarmente “a casa”, ho quasi del tutto perso confidenza coi riferimenti culturali che padroneggiavo un tempo, prima di lasciare Palermo. Cosicché da anni, molte frasi, mimiche facciali, battute, sono per me indecifrabili, e quelle che riesco ancora a decifrare hanno un effetto diverso (non saprei spiegare esattamente come), distaccato, privo di complicità, ecco. Quello che è rimasto oggettivamente facile da valutare sono i comportamenti e le azioni, così come le non-azioni di tanta, troppa gente, a vari livelli.  Ebbene, sono proprio questi comportamenti, queste azioni che mi hanno portato a riflettere sul fatto che, in realtà, molti palermitani (temo siano ormai la maggioranza) un “senso di appartenenza” (nel senso alto del termine) , una condivisione di valori, un amore autentico per ciò che si è (vale a dire autostima) e ciò che si ha (la bellezza della nostra città), sembra non averli mai avuti. Non si tratta quindi di ricostruire un senso di appartenenza perso, quanto di costruirlo di sana pianta.

LAFFERTY AL PALERMO? IPOTESI ANCORA APERTA E I TIFOSI…

E’ per questa ragione che l’iniziativa della famiglia Mirri assume, a mio avviso, un valore straordinario. Partire dal calcio, dallo sport per aggregare in nome dell’amore per la squadra della propria città e per la propria città, con la speranza che questo metta in moto comportamenti virtuosi rivolti al bene di ciò che appartiene a tutti, e non soltanto e sempre al singolo. Vedo nell’iniziativa del giovane imprenditore Palermitano qualcosa di ancora più elevato, vale a dire il tentativo di seminare germogli di una nuova mentalità che mai più sia tacciata di lassismo, fatalismo e “lagnusia”. Sono questi forse gli aspetti più degradanti della mentalità di tanti palermitani, ai quali sembra che tutto sia dovuto senza che siano disposti a muovere un dito per ottenere quel tutto. Non c’è niente da fare, molti palermitani sono “lagnusi”: si lagnano e sono pigri. Sono gli stessi che non perdono occasione per dire che Palermo è brutta e sporca, senza nemmeno capire che sono loro quelli brutti e sporchi, perché di solito non è la città a rendere civili i propri abitanti, ma è l’esatto contrario.

Per concludere, desidero esprimere un pensiero sui futuri programmi della società, illustrati nel manifesto e ribaditi nel corso della conferenza stampa di presentazione, durante la quale Dario Mirri ha parlato, inter alia, del centro sportivo e della volontà di non abbandonare lo stadio comunale della Favorita (mi perdoneranno i familiari del mitico presidente Renzo Barbera, ma per me quello stadio ha sempre continuato a chiamarsi “La Favorita”).

Mirri ha ovviamente ragione a voler puntare molto sul centro sportivo; e ha ancora più ragione a volerlo fare alla Favorita. Lo invito a farlo in grande, ad essere coraggioso e visionario verso questo progetto, perché da li dipenderanno molte delle future fortune della squadra e della società. E pertanto, non soltanto campi di allenamento, ma luogo polifunzionale dove possano alloggiare le giovani promesse (non potranno essere necessariamente tutti palermitani…) e dove le famiglie possano avere accesso per usufruire di qualche servizio sportivo e ricreativo.

Per quanto riguarda lo stadio della Favorita, Mirri ha dichiarato che non vorrà mai abbandonarlo, suppongo per ragioni di cuore.  Comprendo e rispetto sempre le idee e le azioni che partono dal cuore, ma ci sono ambiti e circostanze in cui sarebbe opportuno seguire la ragione quella comunemente intesa. Caro dott. Mirri, glielo dico chiaramente, il Palermo non potrà prescindere da un nuovo impianto moderno e di proprietà. In Europa, non c’è società calcistica di livello che non abbia un proprio stadio. In Italia si è cominciato da poco, ma il percorso è tracciato ed il Palermo, se vuole ambire ad alti palcoscenici, come tutti noi ci auguriamo, dovrà presto o tardi (meglio presto) investire nel nuovo stadio. E quindi, dopo il centro sportivo, occorrerà pensare al nuovo stadio, e bisognerà farlo senza perdere un minuto di tempo.

Un cordiale saluto e Forza Palermo!

Ivan Cangelosi

Vienna

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