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Incredibile furto di bitcoin: app per iOS falsa, rubati 600.000$

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: HI-TECH

Chi si intende di criptovalute conoscerà sicuramente Trezor. Si tratta di uno dei più noti wallet hardware esistenti, una chiavetta in cui sono memorizzate tutte le informazioni sul proprio criptopatrimonio tramite cui poter effettuare pagamenti in modo sicuro e gestire le criptorisorse senza il rischio di diffondere in rete informazioni preziose e personali. E vuoi che non abbia un'app per iOS?

É quello che deve aver pensato Phillipe Christodoulou nel momento in cui ha deciso di verificare a quanti bitcoin ammontavano i suoi risparmi: è andato su App Store, ha trovato un'app con il logo che richiamava il wallet e l'ha scaricata, sereno e tranquillo viste anche le (quasi) 5 stelle delle recensioni. Una volta entrato con le sue credenziali e inserito la sua seed phrase di sicurezza, si è visto svanire in un attimo i risparmi di una vita: 17,1 bitcoin, equivalenti in quel momento a circa 600.000 dollari (cresciuti nei giorni successivi a 1 milione, visto il boom registrato nelle prime settimane dell'anno). Andati. Per sempre.

COS’É SUCCESSO

Il motivo? Semplice: l'app scaricata nulla aveva a che fare con il vero Trezor, e dietro a questo trucchetto c'erano malintenzionati pronti ad approfittare dell'ingenuità degli utenti. "Più che con chi mi ha rubato i soldi ce l'ho con Apple, che dichiara come il suo App Store sia un posto sicuro con tutte le app controllate prima di essere pubblicate", ha espresso il risparmiatore (ex-risparmiatore?). In realtà, dicono diversi esperti, fregare Apple non è poi così difficile: una volta visto approvarsi la propria app, basta andarla a trasformare in uno strumento per phishing per carpire i dati personali degli utenti (lo stesso è accaduto per Trezor, approvata come app di crittografia dove salvare le proprie password e successivamente modificata in portafoglio di criptovaluta). Apple ne è consapevole, e appena se ne accorge (o ne viene a conoscenza) rimuove immediatamente l'app incriminata. Esiste però un limbo, ovvero il tempo che intercorre tra la pubblicazione dell'app e la sua rimozione, ed è esattamente la trappola temporale in cui è caduto lo sventurato Christodoulou.


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