Politica

Draghi, Bergoglio e la bacchetta magica di Mandrake

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

AGI – Può darsi che, in questo profluvio di parole che  accompagna l’epifania di Mario Draghi a una politica frastornata dai cazzotti reciproci, il senso profondo degli accadimenti correnti e futuri lo dia, in conclusione, un disegno. La vignetta di Giannelli che immagina Mario Draghi mentre ammette con Mattarella di essere, per l’appunto, Draghi.

Draghi, mica Mandrake.

Nome di sapore soteriologico, accostato ad altrettanto salvifica bacchetta: Madrake il Mago. Una volta provarono a cambiargli il nome, i sovranisti italioti d’anteguerra, ma gli andò malino. Pochi anni dopo erano finiti in soffitta insieme a Marx, mentre lui aveva già smesso i panni di Mandrache tornando alle anglofone origini. E quella dei panni non è metafora scelta a caso.

Il “non sono mica Mandrake”, infatti, è mantra minore della politica. Quando l’uomo al comando non riesce a mantenere tutte ma proprio tutte le promesse precedenti – del tipo: un milione di posti di lavoro – eccolo che si giustifica con queste parole, rivendicando la propria natura umana e non sovrumana. Lo fece anche Berlusconi, al volgere del primo anno del suo secondo esecutivo. E Giannelli – ancora lui, il personaggio evidentemente gli ricorda appassionate letture giovanili – nei panni di Mandrake lo raffigurò. Solo che, il dispettoso, gli lasciò addosso il frac a dimensioni originarie. L’effetto Bagonghi – inteso come sovradimensionamento rispetto alle naturali necessità – fu inevitabile.

Febbre da cavallo

Di Matteo Renzi , del resto, nei giorni scorsi ha voluto negare la natura mandrakesca Pier Luigi Bersani, come anche Roberta Lombardi fece con Luigi Di Maio due primavere fa. Era appena arrivata la batosta delle regionali, altro che tocco magico. Perché da Mandrake (ed il fenomeno lessicale assume valore di consacrazione nella lingua parlata: nell’italiano alto arriverà di sicuro col tempo) deriva anche il “mandrakata” coniato in “Febbre da cavallo”, capolavoro di B movie di tanti anni fa. Il significato del termine può essere sciolto in “piano escogitato a scopo di raggiungere beneficio di carattere concreto, o direttamente remunerativo, non escludendo talvolta il più o meno leggero raggiro. Da non confondersi con la truffa, schema di carattere penalmente rilevante”.

Per capire: la piramide albanese è una truffa, prendersi Pirlo dal Milan a parametro zero una mandrakata.

Ora, il fatto è che il “non sono Mandrake” ha debordato di recente dal linguaggio della politica per sbarcare addirittura in quello della Curia Romana, e al massimo livello. Alla fine di dicembre Papa Francesco ha ricevuto in udienza, per gli auguri di Natale, i dipendenti vaticani. I tempi sono difficili e le acque basse. Meno le entrate, invariate le uscite, la cassa piange. Bisogna rimediare, dice lui, ma si tenga presente che in Vaticano non c’è mica Mandrake.

Proprio così: “Qui non c’è Mandrake”. Chissà dove lo ha imparato. Ad ogni modo il messaggio è chiaro: aiutati che il Ciel ti aiuta. E si torna, nel frattempo, a Mario Draghi.

Draghi, infatti, è il primo membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali a ricevere l’incarico a formare un governo in Italia. Almeno a memoria d’uomo: non lo era Berlusconi, non lo era D’Alema e nemmeno il cattolico adulto Romano Prodi. La cosa non costituisce nocumento, ma colpisce. A nominarlo è stato proprio Bergoglio, il 10 luglio scorso. Si mettano a questo punto in fila un paio di elementi.

Il debito non è più un tabù

Il primo è costituito dal discorso pronunciato dallo stesso Draghi all’apertura del Meeting di Rimini del settembre successivo. Di fronte all’audience ipercattolica che lo segue via skype, l’ex presidente della Bce tiene una lezione, a spregio della didattica a distanza. “I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire”, spiega, “la ricostruzione sarà accompagnata da un debito destinato a rimanere elevato a lungo. Questo debito sarà sostenibile se è debito buono. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato debito cattivo”.  Insomma, il debito non è necessariamente un tabù: basta saperlo gestire.

Passa qualche giorno e Bergoglio fa un ragionamento pubblico molto simile. Il volontariato va benissimo, sottolinea, ma è un palliativo. Serve per le emergenze; bisogna invece andare al cuore dei problemi, per risolverli. Qualcuno intende che si tratti di un richiamo alla buona politica. Del resto, il richiamo alla necessità di una buona politica è il cuore di tutta l’ultima parte della Fratelli Tutti, l’enciclica che esce di lì a un mese.

Si noti che a novembre il presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Stefano Zamagni, anche lui un economista, organizza un mega convegno di giovani talenti, via streaming. Si chiama “The Economy of Francesco”. Ma alla fine Bergoglio ripete quel che ha già detto sul volontariato e la politica, e Zamagni (che è il nume tutelare del Terzo Settore in Italia) non deve rimanere molto contento.

Quanto al debito, le cronache registrano che nel frattempo è stato necessario intervenire, a livello internazionale, per il bail out che per l’ennesima volta ha messo al riparo uno dei paesi più indebitati al mondo, che poi è l’Argentina. Non si potrà andare avanti così all’infinito, però: questo è chiaro.

Sono passati i tempi in cui si immaginava bastasse la semplice cancellazione del debito, per ripartire. Tempi in cui Jovanotti andava a Sanremo e si esibiva in un rap tra l’implorante e il minaccioso: “D’Alema, cancella il debito!”. Con un colpo di bacchetta magica, come Mandrake. E D’Alema – che per inciso è sempre stato un esperto di Lothar – si immaginava che dietro la manovra ci fosse la mano guantata di Veltroni.

Oggi, insomma, il mondo cattolico non pare aver paura di Draghi. Per capirlo si veda l’editoriale che “Avvenire” dedica agli ultimi singulti della crisi di governo. Avete fallito in modo clamoroso? Ora la via è obbligata. Senza se e senza ma. Cari partiti, tutti avete rimediato una meschina figura. Meno male che c’è Mattarella, meno male che non tutto è perduto. Ora appoggiate il tentativo e senza fare troppe storie.

Resta da affidare l’ultima parola a Francesco. Questa: quando a settembre il Papa rievoca Mandrake spaventando non poco i suoi dipendenti, subito ha la saggezza di aggiungere che ogni sforzo verrà fatto affinché non un posto di lavoro vada perso. A sentir parlare di piena occupazione gli astanti si sciolgono in un profondo, liberatorio, sentito e prolungato applauso.

Caro Mandrake, non dimenticare mai che sei cresciuto alla scuola di Federico Caffè

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