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Addio a “Pupo” Malavasi, signore e capitano in un calcio d’altri tempi

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Arrivò nel primo pomeriggio nella mia stanza in ospedale accompagnato dalla figlia Francesca, l’andatura incerta sulla gambe un po’ malferme. Eppure quelle stesse gambe per anni avevano sorretto con onore in tutta Italia una maglia rosanero; di quelle di lanina vergini dagli sponsor. Riconobbi il volto, il tratto signorile, quella nuance di accento emiliano che traspariva nel suo dire dopo decenni di contaminazione linguistica siciliana. Perché lui, Pupo Malavasi nato a Reggio Emilia il 26 Giugno 1936, in Sicilia aveva scelto di vivere dopo l’addio al calcio.

Si sedette di fronte a me, forse un po’ intimidito dal mio camice bianco e dall’ambiente dell’ospedale. Le prime domande, le radiografie, gli esami di laboratorio; quelle parole confuse, quasi biascicate. L’aiuto di Francesca, venuta in nostro soccorso come un interprete al cospetto di due persone che parlano una lingua diversa. Che brutta bestia il Morbo di Alzheimer, una malattia in cui si perde il proprio “io” prima che si perda il proprio corpo. Il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, una che di malattie neurologiche se ne intendeva, diceva: “Non preoccuparti dell’Alzheimer quando dimentichi dove hai posato le chiavi; preoccupati quando dimentichi a cosa servano”.

A un certo punto, seduto sulla sedia di fronte a me, Pupo si girò sulla sua destra verso la parete dove avevo affisso alcuni tra i ricordi più preziosi di decenni trascorsi tra le corsie di un ospedale. Il gagliardetto rosanero con le firme dei giocatori e la scritta sul retro: “Per non dimenticarsi di me. Con affetto e stima. Maria Grazia C.”. Quell’altro un po’ retrò che mi donò il grande Ignazio, condottiero in campo e dalla panchina. Le bamboline rosanero che Gioconda confezionava sferruzzando a maglia nelle lunghe ore in cui i chemioterapici entravano lenti lenti nel suo corpo malato. Le palle di Natale rosa e nera che non dimenticavamo mai di attaccare all’Albero che preparavamo in corsia per far sì che i nostri pazienti sentissero che era Natale anche per loro.

Una luce negli occhi spenti di Pupo. Il luccichio di una lacrima. Un sorriso. Una barriera che frana di colpo. Due cuori rosanero ai lati opporti di una scrivania in uno studio medico. Francesca lo capisce e si commuove. Ci abbracciamo ed io mi innamoro ancor di più di quel calcio che non esiste più. Quello che abbatte gli ostacoli. Quello che ci fa essere fratelli anche quando ci si incontra per la prima volta. Quell’amore per i colori di una vita capace persino di diradare per un attimo le nebbie di una malattia che offusca ogni ricordo.

La famiglia rosanero oggi è in lutto. Le nostre bandiere si abbassano al passaggio di un grande capitano, signore in campo e nella vita. Siciliano per scelta e non per caso. Buon viaggio, Pupo.

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