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Conte incassa l'ok al decreto di Natale, ma nel governo è tregua armata

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

AGI – Portata a casa la partita sul decreto di Natale, Giuseppe Conte può gettarsi sul dossier del Recovery Plan e della verifica del programma di governo ad esso collegato. Il premier è stretto fra le richieste del Partito Democratico di portare subito la bozza in Parlamento e quella di Italia viva di rivedere radicalmente il draft del Piano nazionale di resilienza e ripartenza. Il tutto, con l’incombere dello spettro di una crisi che, dopo il faccia a faccia con Matteo Renzi, sembra solo congelata

Durante la conferenza stampa con la quale ha presentato le misure di Natale, Conte ha fatto sapere di avere intenzione di incontrare, nei prossimi giorni, l’intera maggioranza per fare il punto sul programma e in particolar modo sul Recovery Plan: “Il Recovery dobbiamo condividerlo con le forze di maggioranza e approvarlo poi nel confronto con le parti sociali e il Parlamento. Passeremo più volte dal Parlamento dobbiamo tutti cercare di essere disponibili a questo confronto”.

Parole che sembrano respingere le richieste di un Partito Democratico che guarda con crescente preoccupazione alle lancette del’orologio. I tempi per la predisposizione del piano, infatti, stringono e lo stallo sui contenuti e sulla governance sembra destinato a non essere superato in tempi brevi. Da qui l’appello del vice segretario dem, Andrea Orlando: “Più che un programma ci vuole un cronoprogramma”, un percorso cadenzato da obiettivi e tempi che metta al sicuro i 209 miliardi che il Next Generation Ue destina all’Italia.

La proposta dei dem, quindi, è quella di parlamentarizzare la discussione, andare subito in Parlamento, portare le modifiche necessarie e tornare al Consiglio dei ministri per il varo definitivo. “Per ricostruire fiducia bisogna approvare presto la bozza del Next Generation Eu, avviare il percorso parlamentare e coinvolgere il Paese nelle scelte strategiche sul futuro. Non vogliamo tornare all’Italia pre Covid”, spiega Nicola Zingaretti.

Accanto a questo, c’è da portare avanti il lavoro sulla verifica del programma di governo. Renzi ha consegnato giovedì la sua lista di richieste al premier avvertendo che dalla risposta di Conte dipenderà la permanenza o meno delle ministre di Italia viva nell’esecutivo. I renziani continuano ad inviare aut aut all’indirizzo di palazzo Chigi: prima sulla cabina di regia del Recovery Plan, chiedendo e ottenendo che venisse rivista in chiave collegiale; poi sul Mes, considerato punto irrinunciabile da Renzi, ora sulla struttura per i servizi segreti, di cui il premier mantiene ancora la delega:

“L’indisponibilità di Conte a un confronto sul ruolo dell’Autorità Delegata è inspiegabile. L’intelligence appartiene a tutti non è la struttura privata di qualcuno. E’ necessario indicare un nome autorevole per gestire questo settore”, dice la capo delegazione di Italia viva Teresa Bellanova che, sulla verifica di governo, rilancia: “Aspettiamo la risposta. Di certo dovrà essere all’altezza delle questioni poste. Se non lo fosse, verrebbe meno anche il senso del mio e del nostro stare al governo”.

Se lo strappo dovesse consumarsi – e c’è chi nella maggioranza ha cerchiato la data del 4 gennaio prossimo come quella di un potenziale showdown – Italia viva potrebbe passare a un appoggio esterno al governo che, tuttavia, avrebbe vita breve. A quel punto gli scenari possibili sarebbero due. Le elezioni e la formazione del terzo governo della legislatura. Un governo di larghe intese guidato da una personalità di altissimo livello come Mario Draghi è l’opzione che non dispiace a Italia viva, ma a cui si oppone il Partito Democratico: “Non c’è altra strada che quella delle elezioni”, spiega il vice segretario dem Orlando dicendosi ostile a qualsiasi ipotesi di larghe intese. 

I Cinque Stelle non credono all’ipotesi di un governissimo e la derubricano all’ennesima “sparata di Renzi per fare paura a Giuseppe Conte”, come sintetizza un parlamentare M5s di primo piano. Fra gli esponenti pentastellati di primo piano c’è la convinzione che i renziani mirino al rimpasto per avere un ministero di peso come il Viminale (il solo, assieme alla Ricerca, ad essere attualmente guidato dalla tecnica Lamorgese) da affidare a un peso massimo di Italia viva come Ettore Rosato.”Certo”, viene aggiunto, “se così fosse occorrerebbe riequilibrare i pesi e contrappesi nel governo”. Un riferimento al Pd che ha ‘prenotato’ la delega ai servizi, ma non solo.

I Cinque Stelle non farebbero le barricate davanti a un rimpasto, a condizione di mantenere i dicasteri loro assegnati. “Il fatto è che conte ha paura ad aprire questa partita”, spiega un deputato Cinque Stelle, “perchè dovrebbe andare alle Camere a chiedere la fiducia”. Oltre a questo, rimane il quesito su chi dovrà essere a chiedere questo rimpasto, perchè nessuno tra le forze di maggioranza ha intenzione di fare il primo passo. In questo, osservano dal M5s, “Renzi si è mosso bene, portando a palazzo Chigi soltanto un documento e lasciando palla, ancora una volta, al premier”. 

Dal Quirinale si invoca “saggezza” e si indicano i fronti aperti: Covid, vaccinazioni e utilizzo lungimirante e serio dei fondi del Recovery. Quale sia la guida migliore per questa fase è decisione che spetta ovviamente al Parlamento, sono le forze politiche che costruiscono e distruggono le maggioranze. Ma alcuni orientamenti sono stati fatti trapelare su quali sono i passaggi ineludibili: in caso di rimpasto corposo servirebbe un nuovo voto di fiducia al Conte 2 bis, in caso di caduta del governo la via maestra sono le elezioni anticipate. Al momento, stando alle posizioni espresse dai partiti, non si vede una maggioranza europeista già pronta in Parlamento che possa subentrare in corsa a quella rosso-verde e una fase di crisi aperta, lunga e sfilacciata non garantirebbe le rapide risposte di governo di cui i cittadini e l’Europa hanno bisogno in questo momento.

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