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"Racconto Stjepan e il potere salvifico dei bambini", dice Maria Rita Parsi

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: CULTURA

AGI – “Trent’anni per uno stupro? È il minimo. Sia per quello commesso in tempo di pace che in tempo di guerra”. Lo dice senza mezzi termini Maria Rita Parsi, psicopedagogista e psicoterapeuta, autrice del romanzo  “Stjepan, detto Jesus, il figlio” edito da Salani che trae ispirazione da un insieme di vicende realmente accadute durante la guerra dei Balcani dove si consumavano sulle donne, gli stupri “etnici” da parte dei soldati dell’esercito opposto. 

Stupri per umiliare, oltraggiare. Da quegli stupri sono nati tanti bambini come Stjepan, le cui madri, hanno scelto di metterli al mondo ma che poi non hanno accudito perché non ce l’hanno fatta. Non sono riuscite a guardarli negli occhi. E la storia di Stjepan è un viaggio verso la salvezza e il perdono, che i piccoli concedono ai grandi.  “Perché – come dice all’AGI l’autrice – i bambini vengono al mondo per salvarlo, e per salvare i loro genitori”.     

Giustizia, solidarietà, famiglia, perdono, amore, salvezza.  C’è tutto nel romanzo di Maria Rita Parsi, da sempre dalla parte dei bambini. Il libro è bello. Davvero. E leggendolo finisci per avere la netta sensazione che il protagonista ti tenga per mano per tutto il tempo. È vero, è il bambino, che salva questo mondo distorto e che trova “la soluzione”. Il libro giusto nel momento giusto, in un anno tormentato, in cui forse abbiamo  anche un po’ bisogno di protagonisti chiamati Jesus, Mariaka, Josep.

Mariaka, musulmana, ha subito uno stupro, “etnico”, da parte di un soldato serbo, cristiano. Da quell’atto, tremendo, che la segnerà per tutta la vita, è nato Stjepan.  Ma lei non se la sente di accudire quel figlio partorito in un istituto di suore, insieme ad altri bambini di altre donne stuprate. E lo lascia a sua nonna. Sarà lei a crescerlo. Mariaka sceglie di far nascere quel bambino, ma non riesce a guardarlo e fugge da questa maternità non voluta.  Non riesce a guarire Mariaka, non riesce a dimenticare quello stupro. Ma sarà suo figlio a cercarla. E cercherà anche suo padre, per guardarlo negli occhi, dirgli che gli ha rovinato la vita e che lui, sarà un uomo diverso. Un vero uomo.

Ho scritto un libro sul potere salvifico dei bambini – spiega Parsi –  ci ho messo 12 anni per realizzarlo, per tirare fuori tutto quello che volevo dire. E nel romanzo c’è tutto, tutti gli elementi che sono presenti nella vita delle persone. Gli elementi che salvano la vita alle persone”.

Ed è vero. C’è la giustizia, perché Mariaka vuole giustizia e la vuole per lei anche suo figlio. C’è la famiglia, perché Mariaka lascia il piccolo alla bisnonna che lo cura insieme ai parenti. C’è la solidarietà di tutte le persone che Stjepan incontra e hanno conosciuto sua madre, durante il viaggio che compie per riunirsi a lei e che lo aiutano nella ricerca. C’è il rispetto, per le scelte e attitudini di vita differenti dal comune sentire, rappresentate dalla famiglia arcobaleno, ebrea, che va in soccorso di madre e figlio. C’è la mescolanza fra etnie e religioni che quando è pacifica, porta solo del bene. C’è l’ attenzione per gli “ultimi” con la visita dell’ospedale psichiatrico che il ragazzo compie imparando anche dai reietti che tanto hanno invece da insegnare. E c’è il perdono, quello che salva, educa e ammonisce, attraverso l’incontro con il padre.

“Questo romanzo può essere letto da tutti – spiega ancora Parsi – perché è un bambino che scrive. È un libro denuncia contro lo stupro e la guerra. Ed è anche un auspicio. Perché all’autore del reato più orrendo, lo stupro appunto, vengono dati 30 anni.  Nel romanzo tutti fanno i conti con qualcosa. Affrontano un vissuto difficile e terribile. C’è anche la figura spirituale di Gabriele”,  che pu’ essere un po’ l’Arcangelo, ma “che è il compagno immaginario del bambino, quello che lo protegge, gli indica e suggerisce cosa fare”, aggiunge Parsi.

I bambini soffrono – sottolinea la scrittrice – soffrono anche quelli di oggi. Noi non ce ne accorgiamo ma invece è cosi‘.  Soffrono, ma sono gli unici che poi possono salvarci. Io sono in contatto con i piccoli da piu’ di 40 anni, lavoro con loro da una vita. E ho questa convinzione. La strada  ce la insegnano loro. E lo dice bene la lettera che Stjepan scrive al padre. Una lettera in cui rifiuta la guerra, il modo di essere uomo di suo padre e gli annuncia che lui non sarà cosi”. Quasi un ‘manifesto’ anche contro il femminicidio, anche qui di buon auspicio: “Certo che lo è – dice Parsi – come lo sono, ripeto,  i 30 anni inflitti al padre. Nella lettera del bambino c’è l’uomo come dovrebbe essere”. 

In sostanza, “Stjepan è l’educatore. Questo – spiega – è il mio quinto romanzo. Tengo moltissimo a tutti e cinque, ovviamente a quest’ultimo in particolare. Un film? Me lo auguro. In fondo, c’è già il solco di quel capolavoro che è ‘ La vita davanti a se’ ‘ di Romain Gary. Un autore meraviglioso, con una storia personale incredibile. È morto suicida ma alla ‘cricca’ degli intellettuali, ha dato una bella lezione presentando quel romanzo sotto falso nome. E guarda caso, in quel modo ha vinto l’ambito premio Goncourt. E’ un autore speciale.  Certo, io non mi paragono a lui di cui ho amato tanto la sfida personale”.

Anche in quel libro la salvezza viene da un bambino. In un passaggio del romanzo Stjepan parla della sensazione di abbandono, dell’essere cancellato, un tormento che non lo lascia mai: “ma lui – aggiunge l’autrice – non abbandona nessuno. Anzi, ama”. Come dire che chi è stato lasciato, quando elabora il dolore senza cancellarlo, “compie una rivoluzione – conclude Parsi – e inizia ad amare anche senza aver ricevuto”. 

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