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Palermo, un pareggio da sogno in una partita nata come un incubo

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: SPORT







Mi sono seduto al solito posto, sul divanetto del soggiorno di fronte alla TV. Sulle ginocchia la copertina grigia di pile; quella leggera, che ancora non fa tanto freddo. Tra un’oretta comincia un derby fasullo e freddo quasi come quello dell’assassinio Raciti e alla mia età, di questi tempi, è meglio coprirsi. Nell’attesa un po’ di zapping; che noia questi programmi di cucina e che fastidio quei due fratelli che ti costruiscono una casa arredata in un mese, lo stesso tempo che ci ha messo il mio idraulico per completare una riparazione in casa mia.

A un certo punto sullo schermo si materializza il faccione di Guerini, dirigente etneo che qualche anno fa, seduto alla cassa del suo bar di Acireale, offrì un caffè a un vecchio tifoso rosanero che l’aveva riconosciuto. Inizia a parlare davanti a un mazzo di microfoni: “Il derby di Sicilia, che non si gioca da sette anni, è una delle partite più sentite del calcio italiano. E’ già grave l’assenza dei tifosi, ma tra le vittime del Covid c’è anche il calcio per come l’intendiamo noi. Il Palermo non può competere ad armi pari. Quindi noi abbiamo deciso: questa partita non la giochiamo. Vogliamo che i nostri tifosi gioiscano per una vittoria vera e non per quella ottenuta grazie a un virus che gioca a nascondino. Accettiamo l’eventuale sconfitta a tavolino, ma noi pensiamo che i principi dello sport valgano molto più della miseria dei 3 punti”.

Continua il mio zapping. Ecco Sky Sport: i titoli scorrono sulla parte bassa dello schermo: “Splendido gesto del Catania. Non gioca il derby perché il Palermo ha la squadra decimata dal Covid”. Su Tgs, Tony Sperandeo abbraccia Patanè al grido “Semu i megghiu, semu siciliani”. Su Trm, Amato si collega con Salvo La Rosa per proporre il derby dell’amicizia per festeggiare nei due stadi strapieni la morte del virus e di questa insulsa rivalità. Passo a Cnn: Biden e Trump si stringono la mano scambiandosi le sciarpe; la moglie del neo-eletto, siciliana quanto un Mafia-tour, irrompe nel mio soggiorno: “Che fa vieni, che la cena si fredda”. Ma non mi va di mangiare; i più brutti risvegli sono quelli che interrompono i sogni più belli.

Inizia la partita e i catanesi perdono l’occasione per mettere all’incasso un favoloso investimento che ne avrebbe accresciuto la popolarità attirando le simpatie di tutti gli illusi del mondo ancora convinti che il calcio sia uno sport. Saraniti tira tutte le volte che può; sbuccia la palla in occasione del gol e la traversa poco dopo. Sa bene che se segnasse il gol della vittoria potrebbe “campare di rendita” per una vita e raccontare quel gol ai nipotini davanti al caminetto; un po’ come Massara. Valente resta in campo perché Boscaglia non ha cambi. Raffaele invece fa tutti i cambi che può, ma anche il Catania finisce virtualmente in dieci.

Davanti alla TV, torturo la copertina di morsi, ma i nostri leoni tengono botta. Finisce la partita ed esulto per un pareggio che vale più di una vittoria. I nostri leoni hanno onorato la maglia e se avessimo avuto un po’ di fortuna avremmo vinto questo derby bruttissimo che è diventato stupendo. Perché si possono pure fare 5 cambi contro nessuno, si può competere tra squadre con preparazioni così differenti, ma una partita di calcio dura sempre poco più di 90 minuti e in campo si va in undici contro undici. I nostri hanno lottato come undici leoni. Il nostro calcio non è ancora morto.

PS: A riportare sulla terra questo vecchio romantico che si ostina a sognare, ci pensa nelle interviste post-partita l’allenatore del Catania che dichiara tomo-tomo cacchio-cacchio: “Il pari ci sta, noi volevamo vincere e alla fine abbiamo avuto anche due occasioni per farlo. Vero è che noi, comunque, potevamo sfruttare meglio le cinque sostituzioni”. Eccolo di nuovo il calcio che detesto. Quello in cui gli Uomini come il d.s. del Catanzaro sono rari come mosche bianche, e dove invece abbondano gli ominicchi e i quaquaraquà.

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