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Regionali: l'incognita affluenza per il Pd. Zingaretti fa appello alla base M5s

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

AGI – Una campagna elettorale ventre a terra quella che sta conducendo il segretario nazionale del Partito Democratico per mettere al sicuro le regioni in bilico. I sondaggi non consentono tregue, visto che anche in regioni come Marche e Toscana la partita rimane aperta. Per non dire della Puglia. E proprio accanto a Michele Emiliano, in corsa per la riconferma in Puglia, Zingaretti ha sottolineato le difficoltà nelle quali è costretto a muoversi il Partito Democratico per l’impossibilità di stringere alleanze in tutte le regioni.

L’appello di Zingaretti

“La base del M5S ha votato e dopo molti anni ha dato indicazione chiara: unità per fermare le destre. Non sempre è stato possibile, ma la situazione attuale è chiara. Nei sistemi maggioritari a turno unico, come le presidenziali per le regioni, o si sta di qua o si sta di la, disperdere il voto vuol dire far vincere le destre. Non disperdiamo i voti e non lasciamo che perda un fronte troppo diviso”.

I rischi dell’astensionismo

Ma quella delle regionali è una partita fortemente legata a quella del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. La vittoria del Sì, dicono i sondaggi, sembra certa. I fari dei partiti sono però puntati sull’affluenza: un alto astensionismo, in un referendum che non prevede quorum, potrebbe favorire le ragioni del No che, al momento, sembra lo schieramento più motivato. E, visto che a sostenere il Sì è oggi il Partito Democratico – questo il timore di una fonte alla Camera – il fattore astensionismo potrebbe avere ripercussioni negative proprio sul risultato dei dem

La direzione nazionale

Per questo, con la relazione che terrà lunedì davanti alla direzione, Zingaretti punta a galvanizzare il partito e dare la volata alle ultime due settimane prima del voto, quelle decisive. In direzione racconterà il percorso ‘responsabile’ del suo partito che ha detto sì al governo Conte II in forza dell’accordo per una legge elettorale proporzionale e il tentativo di un asse con i pentastellati alle Regionali. 

L’iter delle riforme

L’iter sulle riforme è avviato, con la calendarizzazione in Aula della legge elettorale – martedì verrà adottato il testo base – e i correttivi istituzionali al taglio dei parlamentari. Un risultato salutato come una vittoria anche dal fronte del Sì visto che, fra i dem, c’era chi storceva il naso per una riforma considerata un ‘obolo’ per i Cinque Stelle. Ma il percorso rischia di essere sempre piu’ accidentato perche’ – come osserva una fonte parlamentare renziana – all’orizzonte potrebbe esserci il ‘pantano’, soprattutto se l’alleanza di governo dovesse andare in crisi per l’esito delle urne del 20 e 21 settembre.  

I conti sulle Regioni

La maggioranza dem è convinta che Emiliano possa farcela, che il risultato sarà un 3 a 3, mentre dall’opposizione Salvini crede nella vittoria pure in Toscana. Se per il referendum, come prevede un dirigente del Pd, dovesse votare circa il 30% degli italiani e in massima parte nelle regioni dove ci sono le elezioni, prevarrebbero – questa la tesi – i Sì. E anche all’interno di quelle forze come il Pd che sono divise sul taglio dei parlamentari, ci sarebbe poco spazio per propagandare le ragioni del No.

Gli scenari possibili

Ma la crisi di governo non è così scontata. Bisogna innanzitutto distinguere il piano istituzionale da quello politico. Dal punto di vista istituzionale la vittoria del sì al referendum non delegittimerebbe le attuali Camere, dato che nella legge si chiarisce che il taglio dei parlamentari riguarda il prossimo Parlamento. Certo, se il governo entrasse in crisi sarebbe difficile pensare a un nuovo tentativo di dar vita a un altro esecutivo, il Colle nei mesi passati aveva fatto sapere che terminata l’esperienza del Conte 2 la strada maestra sarebbe stato il ricorso alle urne. Ma prima di sciogliere le Camere si dovrebbero comunque attendere i due mesi necessari a ridisegnare i collegi (due mesi previsti dalla legge) e questo porterebbe a una data di scioglimento successiva alla fine del 2020. Non è un mistero per nessuno poi che a ottobre si deve varare la manovra finanziaria e che questo esecutivo sta trattando con la Ue per ottenere i fondi di recovery plan e Sure: cambiarlo in corsa non sarebbe una strategia apprezzata a Bruxelles. Insomma, un groviglio politico istituzionale attende l’autunno e le prossime settimane saranno cruciali.

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