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Il Pd verso il sì al referendum mentre il fronte del No punta a Di Maio

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

AGI – Zingaretti lunedì dovrebbe stringere le maglie per il sì al referendum. In direzione racconterà il percorso ‘responsabile’ del partito del Nazareno che ha detto sì ad un governo rosso-giallo con l’accordo per una legge elettorale proporzionale in un primo momento condivisa e il tentativo di un asse con i pentastellati alle Regionali. L’iter sulle riforme è avviato, si voteranno in Aula, con la legge Fornaro, i correttivi richiesti, arriverà il testo base e poi si vedrà sulle modifiche. Ma il percorso rischia di essere sempre più accidentato perché – come osserva una fonte parlamentare renziana – all’orizzonte potrebbe esserci il ‘pantano’, soprattutto se l’alleanza di governo dovesse andare in crisi per l’esito delle urne del 20 e 21 settembre.

La partita delle regionali

La maggioranza dem è convinta che Emiliano possa farcela, che il risultato sarà un 3 a 3, mentre dall’opposizione Salvini crede nella vittoria pure in Toscana. Se per il referendum, come prevede un dirigente del Pd, dovesse votare circa il 30% degli italiani e in massima parte nelle regioni dove ci sono le elezioni, prevarrebbero – questa la tesi – i sì. E anche all’interno di quelle forze come il Pd che sono divise sul taglio dei parlamentari, ci sarebbe poco spazio per propagandare le ragioni del No. Comunque mancano tre settimane alle urne ma nei prossimi giorni il dibattito è destinato ad accendersi pure in tv, soprattutto dopo la richiesta del presidente della Commissione di Vigilanza Rai Barachini all’azienda di viale Mazzini di garantire maggiore spazio di informazione. “La verità è che nelle tribune elettorali continuano a mancare esponenti del Sì”, spiega chi si è schierato sul fronte contrapposto.

Chi ha puntato contro il taglio del numero dei parlamentari delinea quale sarà lo schema del ‘rush finale’ della campagna elettorale: si ‘punta’ a Di Maio, con l’intenzione di trasformarlo nel Renzi che subì la sconfitta al referendum costituzionale. “Credo sia il momento di dire a Toninelli e Di Maio ‘andate a spazzare il mare’, come si dice a Napoli'”, il rilancio questa mattina di Calenda. Il ministro degli Esteri più di altri nel Movimento 5 stelle si sta spendendo sul territorio per far sì che la riforma vada in porto. Al di là delle difficoltà legate al Covid chi spinge per il sì auspica non tanto il ‘rientro’ dei contrari (oggi si è aggiunta la deputata De Lorenzo) quanto un maggior impegno degli altri.

Il centrodestra discute, M5s fibrilla

Anche il centrodestra discute del tema, con Salvini che oggi sposa la tesi di un Parlamento delegittimato, sia che prevalgano i sì che i no. Ma nelle fila del partito di via Bellerio – riferisce un ‘big’ – c’è ormai sempre più l’avallo a votare no. Non che il Pd e soprattutto il Movimento 5 stelle prevedano sanzioni per chi si oppone al referendum ma i ‘lumbard’ ritengono che un risultato deludente sul referendum, agganciato ad una eventuale sconfitta del Pd alle Regionali, possa mettere in crisi il governo.

Intanto aumentano le fibrillazioni all’interno del Movimento 5 stelle. Dopo la ‘querelle’ alla Camera sull’emendamento soppressivo sulla proroga dei Servizi c’è tensione anche al Senato. E Il fronte parlamentare di chi non vuole più decisioni calate dall’alto si ingrandisce. Anche la proposta del presidente della Commissione Affari costituzionali, il pentastellato Brescia, di virare sull’introduzione delle preferenze si inserisce nel discorso, avviato all’interno del Movimento, del ‘superamento’ della piattaforma ‘Rousseau’. Da settimane un gruppo nutrito, soprattutto di deputati, sta ragionando sulla necessità di rilanciare dal basso l’idea di una direzione collegiale che però faccia riferimento ad un capo politico. Tuttavia c’è la contrarietà ad un processo che parta da Casaleggio e dalla piattaforma ‘Rousseau’ e che possa decidere qualsiasi prospettiva della leadership senza ascoltare la base dei parlamentari. Lo scontro sarà sempre piu’ aspro, con Di Maio che potrebbe intestarsi la vittoria del Sì per rilanciarsi.

Tuttavia anche il rapporto per il post-urne tra Pd e M5s dovrà passare al vaglio dei fatti, considerato che i dem sono riusciti a ‘strappare’ l’alleanza con i pentastellati solo in una regione. Nel centrodestra se Berlusconi, pur lasciando libertà di coscienza, ha aperto il fronte alle perplessità nella coalizione ma in Fratelli d’Italia la linea della Meloni resta sempre la stessa: si vota sì. 

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