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Come si dice Ciccio in bergamasco? La parabola di Ilicic, campione “sensibile”

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Ricordo l’impressione che mi fece la prima volta che lo vidi giocare al Barbera; era la partita d’andata della sfida con il Maribor per l’accesso ai gironi di Europa League, poi vinta per 3-0 con un Abel Hernandez non ancora imbolsito dai Margarita e un Flaco Pastore non ancora imbolsito dall’aria delle metropoli. Per noi tifosi rosanero il principale motivo d’interesse nei confronti dei giallo-viola sloveni era Bacinovic, regista del futuro di cui (come da prassi del calcio-mercato) “si diceva un gran bene” e che poi scoprimmo non essere neppure degno di portare l’acqua minerale al “bradipo” Liverani.

Lui si presentò con una serpentina delle sue sulla sinistra sotto la Nord e un cross al centro che tal Tavares, punta brasiliana che noi a Palermo avremmo definito “buona mancu ‘pi spriemiri”, riuscì incredibilmente a mandare fuori con Sirigu ormai spacciato. E poi, nel secondo tempo, una finta all’altezza della lunetta con la quale riuscì a mandare contemporaneamente “a culo a terra” entrambi i centrali di difesa rosanero, Bovo e Glik. Mi apparve subito chiaro che il vero “crack” era lui, Josip Ilicic, numero 27. In arte rosanero “Ciccio”. Per fortuna, oltre me, se ne accorsero anche dalle parti di Vergiate. E così in Viale del Fante iniziò l’era della pesca degli Slavi che, ahimè, mai più si rivelò in seguito così miracolosa. Almeno per chi ama il Palermo per davvero, s’intende.

Il nostro Ciccio giocò in maglia rosanero per tre anni, alternando giocate galattiche e partite abuliche nelle quali sembrava giocasse contro voglia. Ma come dimenticare i tre gol rifilati al Catania nella stagione della prima retrocessione, l’ultimo dei quali al 94’ di una sfida fratricida in un Cibali pavesato a festa con migliaia di cartelli con la scritta “B”. Ho l’impressione che in effetti, sia qui che a Firenze, nell’immediatezza del congedo il nostro Ciccio sia stato rimpianto molto meno di quanto meritasse in ragione della straordinaria caratura tecnica e di doti morali che forse noi a Palermo abbiamo scoperto troppo tardi.  Due episodi in particolare: il primo, in occasione della sconfitta interna con la Fiorentina, allorquando uscì piangendo dal campo tra gli applausi di tutto il Barbera dopo averci rifilato una splendida doppietta. Il secondo, più recente, nel giorno dell’ennesima rinascita quando, unico tra i calciatori in attività a rispondere “presente” alla chiamata del Presidente Mirri, intese chiarire al di là di ogni dubbio e della sua apparente indolenza che lui amava ancora Palermo e la maglia rosanero. E che persino in un calciatore di oggi sotto il taschino della giacca, oltre al portafoglio, ci può essere qualcos’altro.

In queste ultime partite, così importanti per il futuro della sua Atalanta, l’assenza di Ilicic era rimasta un po’ avvolta nel mistero. Oggi sappiamo, per bocca di Gasperini, che essa non è connessa a problemi fisici, bensì a imprecisati “problemi personali”. Rispettando il doveroso riserbo che si deve all’uomo prima che al personaggio pubblico, posso immaginare che un animo sensibile come quello del nostro Ciccio abbia potuto risentire della pandemia che ha condizionato (e condizionerà ancora chissà per quanto) le nostre vite e colpito in modo particolarmente feroce la sua attuale città di residenza.

Attraverso i social, pare che i tifosi bergamaschi, dai quali al di là di un’artificiosa rivalità tanti di noi avrebbero tanto da imparare, si siano subito stretti intorno a lui in una bella gara d’affetto e di solidarietà. Sarebbe il caso che anche noi tifosi rosanero facessimo altrettanto mostrando al nostro Ciccio tutto il nostro calore e il nostro rispetto. Lo dobbiamo alla sua classe immensa. Lo dobbiamo ai tanti sorrisi che ci ha donato e soprattutto al suo di sorriso: quello, spesso velato di malinconia, di un uomo sensibile che certamente non ha dimenticato le sofferenze della sua travagliata infanzia e che oggi si mostra in tutta la sua umana fragilità. Forza Ciccio.

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