Cultura

All'università non cambiano solo le lezioni, ma anche gli esami. In meglio

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: CULTURA

Da ogni crisi, si dice, nascono nuove opportunità: con il loro impatto devastante sulla normalità, creano le condizioni per ripensare schemi e abitudini assodate. Lo si è sentito spesso anche in questi mesi di pandemia di Covid-19, con riguardo ai più disparati aspetti della vita di prima. Uno di questi è l’istruzione: che cosa può – e che cosa deve – cambiare? Secondo Antonella Poce, docente di Pedagogia Sperimentale e Valutazione scolastica all’Università Roma Tre, “si sta palesando il problema della valutazione”. Secondo la docente, “è il momento di un ripensamento. L’idea di imparare a memoria è anacronistica anche la valutazione deve riconfigurarsi”. 

In che senso, dottoressa Poce?

Questo dovrebbe essere il momento per ripensare la valutazione, che deve adattarsi all’evoluzione e al nuovo contesto sociale in cui viviamo. Non possiamo più misurare l’apprendimento degli studenti attraverso la memorizzazione di concetti, di contenuti, di nozioni. Quello che dovremmo fare è valutare se sono in grado di selezionare le informazioni di cui dispongono. 

Si riferisce alla disponibilità di informazioni sul web?

Sì, anche: la rete ci mette a disposizione informazione che riguardano ogni ambito. Quello su cui dovremmo concentrarci è capire se i nostri studenti sono in grado di gestire le informazioni, cioè selezionarle, valutarle e scegliere quelle affidabili. Si tratta cioè di sostenere lo sviluppo di competenze trasversali, prima tra tutte il pensiero critico. 

Come può, la scuola, valutare questo tipo di competenze? 

Certamente non è possibile farlo attraverso le prove tradizionali, tantomeno ora che gli esami si fanno in rete. La tecnologia non va demonizzata, anzi: dobbiamo trasmettere ai ragazzi l’uso critico della tecnologia, e integrarla in un disegno educativo articolato e ben studiato. 

Ci faccia un esempio concreto di come potrebbero essere le prove di valutazione

Elaborati, progetti, saggi brevi: tutte situazioni nelle quali lo studente può dimostrare di saper usare la conoscenza. Per questa sessione di esami, ad esempio, ho fornito ai miei studenti testi e documenti, chiedendo loro di strutturare un progetto didattico e un elaborato sulla base delle indicazioni che ho fornito io stessa. Gli studenti, insomma, hanno documenti da approfondire per lavorare seguendo uno schema chiaro che mi consenta di valutare gli elaborati sulla base di indicatori precisi, nel modo cioè più oggettivo e autentico possibile. 

In che senso autentico?

Gli obiettivi della valutazione devono essere strettamente collegati a quelli dell’apprendimento: occorre dunque che ci chiediamo ‘Che cosa voglio che il ragazzo sappia, attraverso mio insegnamento? Attraverso quali strumenti misurerò l’effettivo raggiungimento di quegli obiettivi?’. Se quello che ci interessa è che le nuove generazioni sappiano usare la conoscenza, più che memorizzarla, ecco che allora serve un metodo di valutazione differente. 

Qual è la sua opinione sulla valutazione odierna?

Ha smesso di rispondere alle esigenze del tempo che viviamo. Penso che l’attività di ragionamento non venga presa in sufficiente considerazione: continuiamo a intendere la valutazione soltanto come la verifica dell’apprendimento di conoscenze e contenuti nozionistici e memorizzabili. 

In che modo si può cambiare il metodo di valutazione?

In parte rientra nell’autonomia didattica di cui ogni docente dispone, ma è chiaro che il valore legale dei titoli di studio impone che determinate modalità vengano sempre rispettate. Non è facile cambiare, servono leggi e norme. Credo però che sia necessario farlo e che questo modello venga applicato nel corso di tutta la carriera scolastica, non solo nell’università.

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