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La “stronza” ha vinto ancora. Addio al tifoso Vincenzo, uno dei “nostri”

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Quella “stronza” ha vinto ancora. Molti tifosi ne avevano sentito parlare per i troppi calciatori che ne sono morti: Borgonovo, Signorini, Bertini, Lombardi e tanti altri. Altri l’hanno vista in faccia qualche giorno fa al Festival di Sanremo, tra un monologo, un cazzeggio di Fiorello e una sbirciatina ai decolleté, quando Paolo, da una carrozzina, ha fatto “cantare” il suo rap dal sintetizzatore vocale:

“…Mi chiamo Paolo ed ho 22 anni e ho la SLA / l’ho scoperto quattro anni fa mi ha levato tutto tranne la vitalità / c’è chi mi giudica con troppa cattiveria / come se mi divertissi a star seduto tutto il giorno su una sedia. / Il mio corpo è diventato una prigione / al di là delle sbarre ci arrivo usando gli occhi e l’immaginazione / vorrei camminare, mangiare, bere, parlare, / guarire in fretta, una famiglia, amici da baciare…”

La sclerosi laterale amiotrofica o SLA, o “stronza” come la chiamava Borgonovo, è una malattia terribile che toglie a poco a poco ogni capacità, tranne quella di pensare, che a me pare la più atroce tra le sofferenze. A un certo punto, l’unica parte che riesci a muovere volontariamente sono gli occhi. E questi bastano, grazie ai puntatori oculari e ai sintetizzatori, per far comprendere a tutti gli altri che quel gruppo di ossa, carne, catarro e piaghe da decubito in effetti imprigiona una mente che funziona, che pensa, che sceglie.

E Vincenzo ha scelto di non farsi piazzare un tubo in gola sapendo che questo avrebbe solo spostato più in là la fine del calvario. Una scelta che alcuni di noi si sono fatti piacere.

Vincenzo era uno dei nostri, un tifoso rosanero. Quando veniva in ospedale, soffocato da un catarro che non aveva la forza di sputare, parlavamo più spesso di calcio che di problemi e malattie. Che di questi e quelle ne avevamo tutti e due già abbastanza. Lui guardava la partita in TV e controllava le quote; una volta “chiudemmo la bolletta” con la vittoria nel finale sul campo di Benevento. Lasciai la vincita in conto deposito. Un’altra volta chiamai il grande Ignazio e gli dissi: “Qui in ospedale c’è un ragazzo sfortunato cui puoi regalare una gioia; ma vedrai solo un lampo di luce nei suoi occhi, perché Vincenzo non ha neppure la forza per sorridere”.

Ignazio arrivò e gli portò due regali: Ciccio Galeoto di cui Vincenzo ricordava il gol al Vicenza in Coppa Italia e una maglia rosanero, la “9” del capitano Nestorovski. E il giorno che Vincenzo uscì dall’ospedale, lo vestirono proprio come sapevo che avrebbero fatto: con quella maglia rosanero e tante lacrime a bagnarla.

Stamattina lo cercavo nella sua stanza in ospedale; avrei voluto commentare l’ultima vittoria. E poi me l’hanno detto. Vincenzo non combatte più. Vincenzo non respira più. Vincenzo non pensa più. Vincenzo non soffre più. Vincenzo è andato in un posto dove non servono carrozzine e respiratori, dove i batteri non infettano e il muco non ristagna. Dove quella maglia rosanero fascia un’anima e non più un corpo immoto e ostile. Si siederà accanto a mio padre, a Renzo, a Ferruccio, a Totino e a tutti gli altri e guarderà quaggiù: un rettangolo verde, bandiere rosanero al vento, lo stadio pieno.

Lo stadio delle gioie e dei dolori. Lo stadio dei ricordi di chi resta e di chi non c’è più. Anche se non se n’è mai andato.

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