Politica

Per Salvini è il momento dell'analisi della sconfitta

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

Il 27 gennaio doveva essere la “giornata della liberazione” dell’Emilia Romagna da 50 anni di dominio della “sinistra”, nelle intenzioni di Matteo Salvini. E, invece, c’è solo molta delusione tra i leghisti per la cocente sconfitta in Regione. Nel quartiere generale allestito nel grande albergo alle porte di Bologna, il capo di via Bellerio non si sottrae alle domande dei giornalisti in una conferenza stampa fiume, durante la quale non mostra però rimpianti o ripensamenti. “Rifarei tutto quello che ho fatto, anche il citofono“, scandisce Salvini, con riferimento alla ricerca dello “spacciatore tunisino” al Pilastro per cui si è attirato feroci critiche.

“Se fossimo andati a votare per le politiche, oggi il centrodestra avrebbe vinto a livello nazionale”. Con al fianco Lucia Borgonzoni, la candidata sconfitta dal governatore dem uscente Stefano Bonaccini (con uno scarto di quasi otto punti), il segretario leghista annovera il “raddoppio” dei consiglieri regionali centrato, a suo dire, in Emilia Romagna e in Calabria rispetto alle Regionali di cinque anni fa, ed elenca tutte le province emiliano-romagnole in cui la Lega si è affermata (Piacenza, Parma e Ferrara, mentre ha prevalso Bonaccini a Bologna, Modena, Reggio Emilia, Ravenna e Forlì Cesena).

Il voto disgiunto ha pesato?

Salvini tralascia però il dato percentuale del partito, in calo in entrambe le regioni rispetto alle europee di maggio scorso: in Emilia-Romagna la Lega scende dal 33,77% al 31,95%; mentre in Calabria dal 22,61% al 12,3%(rispettivamente 70 mila e 95 mila voti). Nella Lega e nella coalizione di centrodestra parte però il ‘processo’ alla candidata scelta da Salvini, con il risultato della civica Borgonzoni presidente che appare molto deludente, sotto il 2 per cento (1,73%).

L’altro tema è il voto disgiunto, che – malgrado Salvini lo abbia pubblicamente escluso – alcuni leghisti di rango ritengono sia stato diffuso anche nel loro elettorato, o comunque nei partiti del centrodestra. Il sospetto è che qualcuno abbia votato la coalizione del centrodestra per poi mettere la croce sul nome del candidato dem alla presidenza, perché più affidabile, come la legge emiliano-romagnola consente di fare. L’ipotesi non puo’ essere al momento confermata dai dati immediati, perché i voti assoluti che ha preso Borgonzoni sono superiori a quelli della coalizione (diversamente da quanto successo con Simone Benini del Movimento 5 stelle, che ha circa 20 mila voti in meno rispetto al suo partito). Ma bisognerà attendere una valutazione dei flussi.

La reazione degli alleati

In attesa delle stime degli studiosi, i rilievi condotti dai rappresentati di lista leghisti ai seggi, segnalerebbero la presenza del voto disgiunto, in diverse province: per esempio circa tremila in Romagna e il 2% nel Piacentino. Interrogata sulla scelta della candidata leghista, Meloni professa lealtà anche se dice di pretendere lo stesso atteggiamento in cambio per i candidati individuati da FdI (Raffaele Fitto in Puglia e Francesco Acquaroli nelle Marche). Una traccia di critica a Borgonzoni si legge però quando la leader di FdI chiede un cambio di metodo e maggiore condivisione nella scelta dei candidati.

“Per lealtà abbiamo taciuto, ora possiamo dirlo: quella messa in scena in Emilia-Romagna è stata una campagna elettorale brutta, indicativa di uno squilibrio da correggere”, lamenta, invece, apertamente, Andrea Cangini, senatore di FI e portavoce di Voce Libera. “Salvini ha imposto alla coalizione un candidato volenteroso ma debole, si è posto come capo di un partito più che come leader di un’alleanza, ha infiammato una campagna elettorale autocentrata rivolta non ai cittadini emiliano-romagnoli ma al Palazzo trasformando le elezioni regionali in un referendum su se stesso. E, come capitò ad un altro Matteo, ha perso”.

Il fronte interno

Come ogni partito a ogni sconfitta (per Salvini è la prima dalle politiche del 2018), quello di via Bellerio è attraversato da malumori. In molti puntano il dito sulle carenze della classe dirigente emiliana, (più che romagnola). Altri sulle debolezze della candidata, altri ancora sull’organizzazione della campagna. Raccontano per esempio che l’ultimo giorno di campagna elettorale, a parte la passeggiata di Salvini al mercato di piazza VIII Agosto, il partito non fosse stato in grado di organizzare alcun appuntamento elettorale nel capoluogo emiliano-romagnolo. E un big leghista, arrivato per l’occasione, si sia dovuto accontentare di un incontro con la signora che aveva segnalato a Salvini lo spacciatore del Pilastro.

Altri malumori, questa volta sulla candidata, li avrebbe raccolti chiunque del partito abbia partecipato a incontri con imprenditori e tessuto produttivo. Fatto sta che Salvini non intende in alcun modo mollare. Per il segretario leghista la vittoria in Emilia Romagna è stata solo rinviata. Come dopo la ‘batosta’ estiva quando provocò la crisi di governo che poi portò alla formazione del Conte II e non al voto anticipato come voleva, ora Salvini vuole dedicare del tempo a riorganizzarsi.

“Da soli non si va da nessun parte”, ammette, annunciando di essere pronto a lavorare alla costruzione di una squadra del centrodestra a livello nazionale. Intanto, il prossimo appuntamento è per la festa di ringraziamento in Emilia Romagna e per il consiglio federale per l’analisi del voto (entrambi venerdì). Poi tra fine febbraio e inizio marzo, organizzerà una giornata di ascolto con gli imprenditori a Milano.

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