Politica

Dal Vaffa day ai governi Conte, 10 anni di M5s

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

È costellata di ‘svolte’ la storia politica del Movimento 5 stelle. Mercoledì si è compiuta quella più traumatica: il passo indietro di Luigi Di Maio dalla leadership. Dopo 28 mesi alla guida del Movimento, Di Maio lascia il timone a pochi mesi dall’anniversario storico della nascita della ‘creatura’ di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, 10 anni esatti, festeggiati il 4 ottobre del 2019.

Tutto ha inizio a Milano, al Teatro Smeraldo. In realtà i primi ‘sintomi’ di quello che diventerà il primo partito in Italia sono già evidenti: due anni prima, esattamente l’8 settembre del 2007, Grillo si affaccia dal palco di piazza Maggiore a Bologna ed è subito ovazione. è il primo ‘Vaffa-Day’, dove vengono raccolte 336.144 firme per il progetto ‘Parlamento Pulito’. Si susseguono iniziative, nascono i primi meet-up sul territorio.

“Questo non è uno spettacolo”

Ma è a Milano, nel 2009, il battesimo ufficiale. Sempre Grillo sale di nuovo su un palco e da showman consumato avverte subito il pubblico: “Questo non è uno spettacolo”. Nasce ufficialmente il Movimento 5 stelle, numero che deriva dalle prime liste civiche presentate in cinque regioni, primo vero passo nell’agone politico.

Seguono altri ‘Vaffa day’, ma la prima vera svolta si consuma nel maggio del 2012, quando il Movimento elegge i primi quattro sindaci, tra cui Federico Pizzarotti a Parma. Cresce il consenso, le piazze si riempiono, ma il Movimento resta ancora fortemente caratterizzato da un’anima barricadera, e arrivano i primi slogan contro la ‘casta’, i partiti, i corrotti, le lotte e le proteste contro la Tav e le Trivelle. È la fase ‘pura e dura’ del Movimento, con Grillo che lancia i suoi strali dal suo personale blog.

Nell’ottobre del 2012 il Movimento conquista nuovi consensi e, soprattutto, diventano prima forza in Sicilia, incassando il 14,90% dei voti, successo segnato dalla memorabile traversata a nuoto di Grillo dello stretto di Messina. Ma con il crescere dei consensi, e dell’attenzione mediatica, spuntano anche i primi dissensi, subito bloccati sul nascere. Si assiste così alle prime espulsioni: eclatanti quelle di Federica Salsi, consigliera di Bologna, ‘rea’ di aver partecipato a una trasmissione televisiva, e di Giovanni Favia, che nel 2009 era stato definito dallo stesso Grillo ‘il futuro del Movimento’, colpevole di un fuori onda in cui lamenta l’egemonia di Casaleggio sul Movimento.

L’anno successivo, nel 2013, una nuova svolta: il Movimento decide di entrare nei palazzi. La struttura, però, non cambia: vige la regola ‘uno vale uno’, nessuno è il capo nessuno è il leader. Nessuna organizzazione piramidale, nessuna governance nè, tantomeno, l’organizzazione simile a quelle dei partiti tradizionali.

La democrazia diretta, è il motto, vince su tutto. La rete ha sempre l’ultima parola. I 5 stelle si candidano alle elezioni politiche e, a sorpresa, incassano in Italia più voti del Pd, il 25,5% dei consensi, con i dem che strappano la prima posizione grazie ai voti degli italiani all’estero.

L’ingresso a Montecitorio e a palazzo Madama, però, non cambia la struttura del Movimento: i capigruppo ruotano ogni tot mesi, nessun leader riconosciuto e incoronato. E, soprattutto, nessuna alleanza, il Movimento 5 stelle, è il motto, andrà al governo da solo. Anche le modalità di azione restano le stesse delle origini: dirette streaming – famose quelle con Pierluigi Bersani che tentò un’alleanza per dar vita a un governo, poi bissato nel 2014 con Matteo Renzi – e votazioni on line.

Poi protesta, protesta, protesta dentro e fuori i palazzi. Sono gli anni all’opposizione, con i 5 stelle – tra i volti più noti Alessandro Di Battista, spesso alla guida delle occupazioni alla Camera – che non accettano alcun compromesso. In verità uno sì: i pentastellati accettano il primo ruolo istituzionale, quello di vicepresidente della Camera. Il designato è Luigi Di Maio. Intanto si riaffaccia il malessere interno, nuovo round di espulsioni, lotta dura contro i media (famosa la sorta di lista di proscrizione dei ‘giornalisti del giornò che veniva pubblicata a scadenza fissa sul blog).

Nel 2014 i malumori crescenti per la pesante blindatura del Movimento contro ogni dissenso spingono il cofondatore Grillo a fare un passo di lato: nasce il Direttorio, composto da Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia. Esperienza, però, che non avrà molto successo e, anzi, favorirà le prime lotte intestine.

I consensi elettorali, al contrario, continuano a crescere e a conquistare sempre una maggiore fetta del territorio, fino al 2016, quando il Movimento viene colpito da un gravissimo lutto: malato da tempo, muore l’altro fondatore, il guru Gianroberto Casaleggio. Il Movimento subisce il colpo, fatica a ritrovare la rotta anche per colpa, è la convinzione dei critici, della presenza sempre meno costante di Grillo. Ad affiancarlo arriva il figlio di Gianroberto, Davide Casaleggio, e nasce e prende subito piede Rousseau. Una nuova svolta attende il Movimento: nella tarda primavera del 2016 i 5 stelle conquistano la Capitale e strappano Torino al Pd.

Le star sono Virginia Raggi e Chiara Appendino. La parabola ascendente del Movimento sembra non avere fine. Nonostante il malessere interno continua ad insinuarsi tra i pentastellati, il Movimento è atteso a un’altra svolta: la vittoria alle elezioni politiche del 2018. Prima, però, c’è la trasformazione: da Movimento di piazza dove uno vale uno a Movimento con un leader unico.

Le elezioni del 2018 e l’intesa con la Lega

Nel settembre del 2017 i voti on line incoronano Luigi Di Maio primo capo politico del Movimento 5 stelle. Quasi un anno dopo, il 4 marzo del 2018 i 5 stelle diventano primo partito in Italia, con il 33% dei consensi. Ma non hanno i numeri da soli per poter governare. E così si consuma un’altra importante svolta, anzi una vera e propria trasformazione: il Movimento è costretto a scendere a patti e, dopo una lunga e difficile trattativa, siglano un accordo – suggellato da un contratto scritto – con la Lega di Matteo Salvini.

Per i detrattori è il primo passo verso l’abisso: dal ‘mai alleati di nessuno’ a un accordo con i leghisti pur di andare a palazzo Chigi. Non solo. Di Maio deve rinunciare alla premiership, pur ottenendo un ruolo di peso – vicepremier in coabitazione con Salvini e ministro del Lavoro e al Mise – mentre i 5 stelle conquistano anche lo scranno più alto di Montecitorio, con l’elezione a presidente della Camera di Roberto Fico.

Insomma, come si diceva, è la vera svolta del Movimento, che cambia pelle, faccia e natura: entra nelle stanze dei bottoni, veste i panni istituzionali, riveste ruoli incarichi delicati. Ma mentre le 5 stelle del Movimento sembrano risplendere come non mai, è anche il momento delle prime forti divisioni interne, dei primi addii, delle espulsioni pesanti. 

È il momento dei compromessi – i 5 stelle accettano i due decreti Sicurezza, la legittima difesa, per fare alcuni esempi – ma anche delle vittorie: incassano alcune delle battaglie storiche, come il taglio dei vitalizi, il reddito di cittadinanza, lo Spazzacorrotti, e pongono le prime basi del taglio dei parlamentari. Poi la situazione precipita, i rapporti personali e politici tra Di Maio e Salvini sono ormai ai minimi termini. Il ‘capitano’ leghista mette la parola fine al governo – anche a causa del tener duro dei 5 stelle sul no alla Tav – ed è crisi di governo.

Dopo un’estate al cardiopalma, con una fetta dei 5 stelle – ‘capitanata’ dallo stesso Di Maio – contraria a un’alleanza con il nemico storico, i pentastellati vanno al governo con il Pd. E la leadership di Di Maio – che secondo i detrattori avrebbe accettato la poltrona di premier per tornare a palazzo Chigi con Salvini – inizia a traballare.

Il dissenso interno cresce, così come aumentano gli addii. Scoppia il ‘caso rimborsi’, con il rischio di una raffica di espulsioni. Di Maio sceglie la linea dura, ma tenta anche la carta della collegialità, richiesta a gran voce dai gruppi parlamentari, e dà vita ai facilitatori. Infine, l’ultima svolta fin qui: le dimissioni da capo politico del Movimento, con la garanzia che la storia di M5s “non è finita”.  

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