Politica

"L'ex-Ilva è lo specchio delle contraddizioni populiste del governo", dice Orlando

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

“Va incontrata la proprietà, va scongiurato lo spegnimento dei forni perché equivarrebbe alla chiusura definitiva dell’impianto”. In un colloquio con Il Foglio il numero due de Partito Democratico Andrea Orlando dice che il caso dell’Ilva è un po’ come lo specchio delle contraddizioni populisteggianti di un governo che sul grande impianto siderurgico di Taranto rischia forse di far peggio del precedente. Anche se non manca di sottolineare che appare chiaro “che la proprietà sta cercando di massimizzare la propria posizione”. Tuttavia Orlando si augura anche che “sulla questione dello scudo penale il governo possa trovare una soluzione”.

La ricetta contro il populismo

Poi però il discorso con Il Foglio vira sulle difficoltà di un esecutivo in cui la maggioranza “non riesce a diventare una coalizione” e in cui “i populismi con i quali il Pd deve avere a che fare sono ormai diventati due”, cioè non solo i 5 stelle, ma adesso anche Matteo Renzi, “il che rende l’idea di quanto siano complicate le cose”. Ma l’alleanza con i grillini in Emilia, per esempio, va perseguita, dice il vice di Zingaretti nel Pd. Perché i grillini “non sono solo Luigi Di Maio e per questo bisogna insistere”.

Poi Orlando chiosa: “Il populismo è biodegrabile come il veleno. In piccole dosi può essere curativo. Ma se ne prendi troppo muori”. E il rischio “è che l’Italia rotoli inconsapevolmente fuori dalla democrazia liberale”. Quindi il Paese in questa fase si trova in mezzo a un bivio, con una democrazia sospesa tra due ipotesi di futuro tra di loro antitetiche: “Rendere compatibile una parte del populismo o assistere al trionfo d’un bipolarismo interpretato da populismi contrapposti” dice Orlando. E in mezzo a questo guado c’è pure il Pd, per altro messo di fronte alla proposta di congresso lanciata da Nicola Zingaretti, il segretario del partito. Ma anche il nuovo statuto, “la riforma salvifica – anno il quotidiano – che secondo Orlando dovrebbe anche essere il mezzo attraverso cui favorire l’evoluzione del populismo grillino”.

Chi sarà il segretario?

Chiede a bruciapelo Il Foglio: chi sarà il segretario di questa trasformazione-evoluzione dopo il congresso? Risponde Orlando: “Io penso a Zingaretti ovviamente. Ma non è nemmeno necessario che il congresso si occupi di eleggere il segretario. Ci vuole soltanto un meccanismo che coinvolga ancora di più, che aiuti la partecipazione, che in qualche modo rimescoli anche una parte dell’organigramma e del gruppo dirigente” dice il numero due, che allo stesso tempo dice anche che “solo un idiota può pensarlo” che lui stesso – Orlando, per intenderci – possa avere voglia e ambizione di fare il segretario.

E aggiunge anche: “Non ho fatto il ministro perché avrei reso più difficile il rinnovamento della compagine di governo. Ma ho rinunciato anche per occuparmi del partito. E dedicarsi al partito significa dedicarsi alla ricostruzione non alla battaglia. Se dico che non voglio fare il segretario penso mi si possa prendere sul serio. Quelli che fanno illazioni non mi sembra abbiano mai rinunciato a un incarico in vita loro”. Punto. Poi ripete: ““Noi abbiamo fatto una scelta basata su un pronostico: cambiare i populisti”.

Ma perché questo progetto possa realizzarsi, seguita ancora il numero due dem, “il Pd deve avere sufficiente forza e determinazione per cambiare prima se stesso”. Ovvero, “dobbiamo insomma ricostruire un rapporto con settori popolari della società che si sono allontanati, per poi poter svolgere una funzione egemone. Recuperare autonomia dall’establishment e dagli interessi consolidati. Ma questa ipotesi si è complicata. Il populismo è una prassi che ha contaminato tutti. Il tentativo di scaricare l’insoddisfazione popolare per il funzionamento della democrazia liberale contro alcuni aspetti del suo stesso funzionamento (il fisco, la giustizia, la politica, l’integrazione europea) è una tentazione che è stata frequente anche nel campo del centrosinistra”.

E poi c‘è il populismo prodotto dalla scissione renziana, che “si riverberano nella gestione quotidiana del governo. Si fa polemica su un aumento di 0,2 centesimi sulle bottiglie di plastica e non si nota che è diminuita la pressione fiscale sulle buste paga e si scorda di dire che abbiamo evitato un aumento dell’Iva di 500 euro a famiglia. Oppure passa in cavalleria gli accessi gratuiti agli asili nido, mentre ci si concentra sulle tasse alle bibite zuccherate. Poiché la maggioranza non è ancora una coalizione, si è scatenato un gioco a fregare qualche voto all’alleato anziché lavorare alla nascita di un fronte per battere gli avversari” dice Orlando. E dopo la batosta umbra Di Maio è tornato sui propri passi e non vuol più sentire parlare di alleanze.

E su questo aspetto Orlando riflette: “Ci sta che le alleanze locali poi non si concretizzino, ma quello che non si può fare è dire pregiudizialmente di no, anche perché getti un’ombra sul livello nazionale. Ora il Pd deve tenere aperta la proposta di alleanza. Se vogliamo criticare le scelte a intermittenza di Di Maio non possiamo avere un atteggiamento simile al suo. Bisogna insistere e dare forza a chi nei 5 stelle vuole lavorare a questa prospettiva”.

 

 

 

 

 

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