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Per Spataro la sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo è coraggiosa

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

“Una sentenza apprezzabile e coraggiosa”. In una breve intervista a la Repubblica l’ex procuratore di Torino Armando Spataro, una lunga carriera in prima linea contro terrorismo e criminalità organizzata, oggi in pensione, definisce così il pronunciamento della Corte costituzionale sull’ergastolo: chi non si è pentito può uscire, se non è più legato alle cosche. Insomma, non si tratta di un regalo alla mafia come molti sostengono, posizione che il magistrato definisce “del tutto inappropriata”.

Casomai, la Consulta “ribadisce l’importanza della valutazione del giudice, che saprà esaminare con la dovuta attenzione caso per caso” e poi “riconosce i diritti di ogni detenuto, in conformità anche alle finalità rieducative della pena” eliminando “quel muro ingiustificato che escludeva la possibilità che un mafioso in carcere da tanto tempo potesse cambiare”.

Secondo il magistrato, che nella sua lunga carriera ha avuto modo di conoscere tanti collaboratori di giustizia – “molti affidabili, ma alcuni non si sono rivelati tali, perché sono tornati a delinquere” – la posizione di chi come Tommaso Buscetta sosteneva che “da Cosa nostra si esce solo in due modi: o con la morte o con la collaborazione con la giustizia” è del tutto inappropriata perché ci possono anche essere ragioni particolari che spingono un ergastolano, che ha già scontato 15 o 20 anni, a non collaborare, come il “non avere nulla da dire, perché i suoi complici hanno svelato tutto. O potrebbe aver timore di ritorsioni nei confronti della propria famiglia”.

Perciò non bisogna che le organizzazione mafiose approfittino di questa apertura, perché “nella sentenza non è previsto alcun automatismo per mafiosi e terroristi, tale da far scattare dei benefici dopo un certo periodo di detenzione”. Piuttosto, quel che resta centrale è la valutazione della magistratura di sorveglianza, che per Spataro “ha tutti gli strumenti per esaminare una condotta in carcere, ma anche gli eventuali rapporti fra i detenuti e l’esterno”.

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