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Di Maio e Renzi respingono il monito di Conte. Ancora tensione sulla manovra

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

Lo schema sa di già visto: Giuseppe Conte stretto tra due ingombranti azionisti della maggioranza, Di Maio e Matteo (ieri Salvini, oggi Renzi). Di inedito c’è l’atteggiamento del presidente del Consiglio, che cerca di essere leader, non più solo mediatore, e non nasconde più quel lato aggressivo scoperto in occasione del redde rationem in Senato con il leader leghista. Le risposte dei leader di M5s e Italia Viva sono state però altrettanto risolute. 

“Qui bisogna fare squadra. Chi non la pensa così è fuori” è il monito lanciato ieri dall’Eurochocolate di Perugia nel tentativo di sedare gli scontri nella maggioranza sulla manovra. Per quanto Palazzo Chigi avesse poi cercato di rubricare l’exploit come un discorso di carattere generale, i destinatari del messaggio sono chiari. Da una parte Di Maio, sempre più attento al “popolo delle partite Iva”, che chiede di non toccare il regime forfettario, di essere meno rigidi su limiti al contante e pos e tiene duro sulla battaglia per il carcere ai grandi evasori. Dall’altra Renzi, che dal palco della Leopolda insiste sulla cancellazione di Quota 100 (“uno spot che costa 20 miliardi”), che per M5s non si tocca. Tutti temi che verranno affrontati nel vertice di maggioranza convocato domani prima di un Consiglio dei ministri che, sulla carta, dovrebbe occuparsi delle aree terremotate. 

Di Maio, intervistato da Rainews a Matera, va subito al punto: “Se va casa il Movimento è chiaro che è difficile che possa esistere ancora una coalizione di governo, anzi, quasi impossibile, mi auguro che nei prossimi giorni queste dichiarazioni possano essere chiarite”. “Sono soddisfatto che sia stato convocato il vertice di maggioranza domani e potremo discutere di questo ma devo dire anche che i toni di queste ore mi meravigliano, mi sorprendono e ci addolorano come Movimento 5 stelle, ma non è il tema del Movimento, toni del tipo ‘O si fa così o si va a casa’ fanno del male anche al Paese ed al governo perché in politica si ascolta e si prendono in considerazione le proposte della prima forza politica che regge questo governo che è il Movimento”, ha aggiunto Di Maio.

“Secondo me non c’e’ nessun ultimatum, contro-ultimatum, credo soltanto che bisogna fare in modo che in questo governo ci sia meno nervosismo meno prese di posizione dure e mettere al centro le persone e non le proprie opinioni”, ha detto ancora il ministro degli Esteri, “mi auguro che nei prossimi giorni queste questioni possano essere chiarite e queste dichiarazioni possano essere chiarite, lasciatemi dire che per noi adesso l’obiettivo è aiutare gli imprenditori, le partite Iva e i commercianti e fare una vera lotta agli evasori, piccoli e grandi, solo che in Italia per anni si sono utilizzati strumenti per perseguire i piccoli che non hanno raggiunto gli obiettivi e si sono totalmente ignorati gli strumenti per i grandi che sono ad esempio il carcere ai grandi evasori e la confisca”.

Se Di Maio continua a usare toni moderati e a mostrarsi interlocutore aperto (il “nervosismo” è degli altri), quello di Renzi dal palco della decima edizione della Leopolda, è invece un attacco ad alzo zero che inaugura l’ingresso di Italia Viva nell’arena politica come partito tout-court. Dopo le dure critiche a plastic tax (con le tecnologie giuste i rifiuti sono un'”opportunità”) e sugar tax, in perfetta sintonia con quelle espresse in proposito da Confindustria, e l’attacco agli ex compagni di strada, bollati come il “partito delle tasse”, si torna a tuonare contro Quota 100. Nelle parole del leader di IV, “uno spot che costa 20 miliardi di euro in tre anni. È la politica dell’annuncio, è’ la politica dello slogan”.

Renzi non solo incassa ma ribatte: “Caro presidente, se vuoi combattere l’evasione fiscale e chiedi alla forze politiche se sono d’accordo, ti faccio conoscere il luogo da cui sono nate le misure che hanno fatto recuperare 15 miliardi di evasione. Sono nate su questo palco e se hai cambiato idea rispetto allo scorso anno, siamo felici di lavorare con te”. E respinge le accuse di voler rottamare “il treno della legislatura” che “arriva al 2023” e ha il compito di decidere il capo dello Stato: “Chi vuole scendere prima può farlo. Noi invece intendiamo garantire al Paese un’alternativa al bullismo istituzionale”.

Più defilato dallo scontro rimane per ora il Pd, finora l’elemento della maggioranza che crea meno problemi al premier. Ed è significativo quanto, nell’evocare le urne anticipate, Conte sembri riecheggiare a poche ore di distanza l’intervento, ancora più duro del vicesegretario dem, Andrea Orlando, a Sky Tg24, che aveva invitato chi non avesse più fiducia nel progetto giallorosso a dirlo apertamente.

Il problema è che, se Conte cerca di chiudere la discussione affermando che la manovra è chiusa, in realtà non è affatto così. Dietro quel “salvo intese” con cui il testo è stato approvato c’è uno spazio di manovra ancora aperto per le rivendicazioni dei partiti, dalle deduzioni per la flat tax alle multe per chi non ha il pos. C’è quindi più realismo nell’apertura del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, a “piccole modifiche”. Di quanto piccole potranno essere se ne parlerà domani.

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