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Palermo, abusi e alterazioni: ecco il perché della sentenza di fallimento

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pistilli conte lucchesi tuttolomondo

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Tuttolomondo
27 Gennaio-2017  Maurizio Zamparini

Il tribunale di Palermo ha dichiarato fallita l’Us Città di Palermo e da parte dei giudici la sentenza è un macigno: secondo il collegi, le condotte messe in atto dalla vecchia società rosanero denotano “un abuso dello strumento del concordato preventivo” (dichiarato di conseguenza improcedibile).

IL VECCHIO PALERMO É UFFICIALMENTE FALLITO

Nel dispositivo si legge: “La società U.S. Città di Palermo, invero, approfittando del proprio permanere nell’esercizio dell’impresa (caratteristico della procedura concordataria) e sottraendosi all’obbligo della preventiva autorizzazione giudiziale, ha disperso notevoli risorse economiche, di ragionevole difficile recupero, depauperando il proprio attivo e alterando la par condicio creditorum, con una gestione, per di più, astrattamente produttiva di ingenti debiti prededucibili.

Il dispositivo della sentenza di fallimento fa riferimento infatti alla gestione delle casse societarie nelle fasi relative alla procedura e dopo il deposito del ricorso “in bianco”, connotata secondo i giudici da “grave disvalore oggettivo”: la documentazione infatti dimostrerebbe l’esecuzione di “numerosi pagamenti senza alcuna autorizzazione giudiziale, pagamenti che si riferiscono tanto ad obbligazioni sorte anteriormente alla proposizione della domanda di concordato […] quanto a compensi in favore di professionisti (avvocati) che hanno ricevuto un mandato professionale da parte della società”.

Il riferimento è anche al mandato alla società Struttura srl per la produzione del piano di rientro, società riconducibile ad Arkus e a Sporting Network: il pagamento di € 341.600,00 disposto in favore della Struttura s.r.l., costituisce secondo i giudici “atto fraudolento idoneo a determinare la declaratoria di improcedibilità del concordato”. Risultano pagati senza autorizzazione giudiziale anche crediti retributivi dei dipendenti per periodi anteriori al 21/8/2019, (tra le causali ci sono: “agosto 2019”, “saldo 14ma”, “saldo maggio 2019”), ritenuti “privi di ogni utilità o funzionalità rispetto alla procedura concordataria” e  “idonei a determinare un’evidente violazione della par condicio creditorum”.

In merito all’offerta di 10 milioni (in 48 mesi e sotto forma di garanzia reale) da parte della famiglia Zamparini, l’amministratore giudiziario Giovanni Lo Croce aveva chiesto 15 giorni per valutare la proposta, ma al tempo stesso aveva dichiarato che se il Collegio “ritenesse insuperabile l’ostacolo costituito dagli atti di frode denunciati dai Commissari nel ricorso, di rinunciare alla domanda di concordato preventivo e di aderire alle istanze di fallimento pendenti, essendo incontestato e incontrovertibile che la suddetta si trovi in uno stato di insolvenza irreversibile”.

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