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Sulla legge friulana sui migranti "la Consulta ci darà ragione", assicura Fedriga 

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

“Se pensano che cederò facilmente hanno sbagliato persona. Sono stato eletto con il 47% per tutelare la mia gente e la mia terra dall’immigrazione selvaggia. I soldi del Fvg devono servire ai disoccupati della Regione e non all’Afghanistan e al Pakistan. In un anno e pochi mesi abbiamo ridotto gli ingressi da 5 mila a 2700”.

Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, proprio non vuole sentire di dover abbassare la guardia contro l’immigrazione e i “clandestini”, ma deve prendere atto che non ha più le spalle coperte dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, come dichiara in un intervista a La Stampa di Torino. E avverte, anche se nel ruolo che riveste non ha la competenza di controllare, “che in Bosnia e lungo la rotta balcanica ci sono tra i 10 e i 15 mila migranti irregolari che vogliono venire in Europa”. E Fedriga è preoccupato che smontando ciò che ha fatto Salvini in questi 14 mesi “ce li troviamo tutti a casa nostra”.

Il Governatore ritiene che l’esecutivo, impugnando la legge friulana sui migranti e ritenuta dallo stesso governo discriminatoria, abbia “esordito con un feroce attacco politico utilizzando le istituzioni”. Però è tranquillo, perché ha opposto ricorso alla Corte costituzionale ed è convinto che quest’ultima “ci darà ragione”.

Poi il governatore racconta di aver abolito “le norme della Serracchiani che aveva scelto l’accoglienza diffusa finanziando corsi di sci per i richiedenti asilo e 30 mila euro per i tornei di calcio tra migranti e italiani. Abbiamo abolito una norma della sinistra che dava soldi ad associazioni che gestivano alloggi per migratati. Noi invece abbiamo investito per stimolare i rimpatri volontari e introdotto incentivi a favore delle imprese che assumono persone uscite da crisi aziendali purché residenti da almeno 5 anni”.

A incontrare il ministro per gli Affari regionali Boccia, Fedriga non ci pensa proprio: “Non vado a Roma a elemosinare”. E poi “a Roma ci sono gli amici di Soros”, chiude il colloquio. 

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