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Perché la nomina di Fraccaro ha creato malumori nel Pd

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

L’ultimo scoglio per la nascita del governo giallo-rosso è stata la scelta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Con l’iniziale braccio di ferro su due opzioni: il pentastellato Spadafora e il segretario generale di palazzo Chigi, Chieppa. L’ha spuntata nel ‘rush finale’ l’ex ministro delle Riforme, Fraccaro, dopo un confronto tra Conte e Di Maio.

Ma al momento il presidente del Consiglio ha intenzione di tenere le deleghe per sé, a partire da quella sui Servizi. Conte si aspetta ora numeri ampi per il voto di fiducia ed è pronto ad un ‘tour’ per promuovere il nuovo governo, soprattutto a Bruxelles dove si dovrà trattare per la manovra e per il portafoglio del commissario che spetta all’Italia (il nome è quello di Paolo Gentiloni, anche se M5s chiede che ci sia una scelta condivisa).

L’ascesa di Fraccaro

Il transito dal ministero dei Rapporti con il Parlamento al ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio assegna a Fraccaro un ruolo delicato, che in passato ha spesso richiesto mediazione ed ascolto a Palazzo Chigi.

Se il suo amico e collega Alfonso Bonafede ha mantenuto la delega alla Giustizia, l’esponente pentastellato nella sua seconda esperienza di governo sarà forse in un ruolo più centrale nella definizione dell’agenda dei provvedimenti dell’esecutivo.

Il suo peso dipenderà però dal tipo di deleghe che il premier Giuseppe Conte intenderà affidargli. Fedelissimo di Luigi Di Maio, da anni Fraccaro si spende sui temi della democrazia diretta e delle nuove forme di partecipazione dei cittadini per via telematica.

Ma anche l’ala ortodossa del Movimento esce rafforzata dalla nascita del nuovo esecutivo, con la nomina di D’Incà ai Rapporti con il Parlamento e di Dadone alla Pubblica amministrazione. Di Maio però l’ha spuntata sulla scelta di Fraccaro come sottosegretario. Ed ha avuto voce in capitolo sulla nomina di Catalfo al Lavoro.

Da sottolineare anche la ‘promozione’ dell’ex capogruppo al Senato, Patuanelli, al Mise (potrebbe essere sostituito da Perilli nel ruolo a palazzo Madama). Ma è il premier Conte ad aver acquisito una maggiore autonomia e ad essere sempre piu’ punto di riferimento dei gruppi. Il governo giallo-rosso e’ poi nato sotto la ‘tutela’ di Grillo tornato a farsi sentire con i suoi per far prevalere la linea dell’asse con i dem. 

Lo scetticismo di alcuni esponenti dem

Durante la crisi di governo il premier ha prima aperto allo schema dei due vicepremier per poi convergere con il cosiddetto “lodo Franceschini”, ovvero nessun vice. Ma nella sede del governo vuole uomini di fiducia, da qui l’insistenza su Chieppa. Tuttavia la decisione di dare l’ok a Fraccaro ha creato molti interrogativi tra i dem. Nella maggioranza del Pd non si nasconde che non avere alcun uomo a palazzo Chigi rappresenta un problema. E si auspica che il primo a capirlo sia proprio il presidente del Consiglio.

 

In ogni caso chi ha portato avanti la trattativa finale non ha voluto bloccare la partita, ha accettato lo schema anche se ora ci si aspetta che sia Conte a prendere un’iniziativa e a rimediare in qualche modo. 

Anche perché diversi ‘big’, anche della maggioranza, sottolineano come il Pd rischia di non avere voce in capitolo né sull’ordine del giorno del Cdm né sui provvedimenti alla Camera e al Senato, visto che il ministro per i Rapporti con il Parlamento è un uomo M5s, vicino al presidente di Montecitorio Fico.

“Altro che monocolore Pd. Abbiamo ottenuto il ministero dell’Economia ma ci sono diverse lacune”, la perplessità per esempio di un dirigente dem. Nessuna critica pubblica, il lavoro portato avanti da Nicola Zingaretti viene apprezzato, il segretario dem ha cercato di accontentare tutte le anime. Ma sotto traccia tra le correnti non si nascondono dei dubbi.

I renziani per esempio puntano il dito contro il ministro per l’Autonomia Vincenzo Boccia. “Come ci facciamo a presentare al nord?”, si chiede anche un esponente di un’altra area del partito. La tesi che si tratta di un governo debole – a parte le nomine di Franceschini, Gualtieri e Guerini – è avanzato quindi soprattutto dai fedelissimi dell’ex presidente del Consiglio.

Ma Renzi ha incassato e non poco dalla nascita del governo: a parte l’attuale presidente del Copasir – vicino però a Lotti ed espressione di Base riformista – ci sono i ministri Bonetti e Bellanova. Vicino ad Orlando, invece, il neoministro del Mezzogiorno, Provenzano. Il governatore della Regione Lazio ha insistito sulla necessità della discontinuità e del rinnovamento e ha sottolineato che il Pd è rimasto unito in tutta la gestione della crisi.

La linea è che il Pd sarà leale a Conte. Ma dietro le quinte c’è preoccupazione sia per i numeri al Senato, sia per l’intenzione della Lega di schierare i presidenti di Commissioni e uomini come Giorgetti e Garavaglia ad alzare le barricate in Parlamento. Nella maggioranza dem poi ci sono i timori per le mosse di Renzi che dopo il voto di fiducia potrebbe dare vita a gruppi autonomi in Parlamento, per trattare direttamente con il governo. Alcuni renziani non escludono un’accelerazione in tal senso, ma per ora l’ex premier non si espone, ripete che questo governo è destinato a durare e afferma di fare “il tifo per l’Italia”. 

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