Politica

Da Andreotti a M5s. Breve storia della politica dei due forni

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

A destra o a sinistra, a via del Governo Vecchio o a via della Chiesa Nuova? Il dilemma, a Roma, è antico quanto la città. Comprare il pane è un rito, sa di sopravvivenza quotidiana per il popolino come per il signore che abita nel palazzo. Non c’è bisogno di aver visto un film di Luigi Magni, per rendersene conto: primum vivere, che è massima aurea dell’esistenza come della politica. Poteva quindi mancare un riferimento alla libertà di scelta del forno, nella storia di un partito che è stato incarnazione del Paese più di quant’altri mai?

E siccome l’anima di Roma, nella Dc, era Giulio Andreotti, non poteva che essere lui, sempre lui, a lasciarci in eredità il detto, l’espressione idiomatica che è passata nel linguaggio politico. Tanto da essere usata a più riprese anche in questi frangenti di crisi ad indicare il desiderio dei 5 Stelle di non chiudersi una via d’uscita, e restare nella piena possibilità di fare un accordo con il Pd o con la Lega. Due possibilità: due forni, appunto. Il vecchio o il nuovo, a seconda della convenienza.

Ognuno il pane lo compra dove vuole, esattamente come lo Spirito che è libero di soffiare a suo piacimento. Pare Andreotti abbia coniato l’espressione della politica dei due forni all’inizio degli anni ’60, quando il parto del centrosinistra pareva essere molto travagliato. Se tra i cattolici scalpitavano gli Scalfaro e tanti vescovi, tra i partiti dell’area di governo puntavano i piedi soprattutto i liberali, ancora affezionati all’idea di un Psi come non lo era più dai tempi dell’invasione dell’Ungheria. Ed in effetti, anche tra i socialisti qualche dubbio circolava.

Andreotti, non ancora detto il Divo ma già divinamente perfido, fece intendere con la metafora che Pli o Psi non importava, la Dc poteva benissimo infischiarsene dell’uno per fare un accordo con l’altro e viceversa. Che si decidessero, i riottosi, perché tanto un matrimonio era da fare e sarebbe stato fatto. Così fu; a gran dispetto dei liberali, che però si presero la loro rivincita dieci anni esatti dopo, quando la stessa logica fu usata – sempre da Andreotti – per cooptare proprio loro di nuovo in maggioranza nel 1972, e pazienza se ai socialisti la cosa non sarebbe andata. (Per la cronaca, i socialisti mica ci stettero nei dieci anni successivi a fare la traversata nel deserto: restarono saldi in maggioranza fino al 1982 e poi fino al 1992, quando il Pentapartito finì insieme al Psi, al Pli, alla Dc ed alla Prima Repubblica).

Una divagazione pittorica

C’è però da fare una seconda osservazione che parte dalla topografia romana. Andreotti, è cosa nota, abitava nel cuore dei quartieri rinascimentali dell’Urbe, a Largo dei Fiorentini. Dall’altra parte del Tevere, dirimpetto a casa sua, quattro secoli e mezzo prima Raffaello aveva ritratto una graziosissima moretta, un po’ discinta, innocente e maliziosa al tempo stesso. Quella che noi chiamiamo La Fornarina. Dice: Che c’entra? C’entra, perché un filologo che sa il fatto suo oggi ci dice: La Fornarina non lavorava esattamente in un forno.

Nel suo “Le Veneri di Raffaello”, titolo ammiccante anch’esso, Giuliano Pisani sostiene che il riferimento alla panificazione in quanto esercizio del mestiere più antico del mondo risalga ad Erodoto e, per i tempi di Raffaello, al Ruzante. Quanto a Margherita Luti, la ragazza ritratta dal Maestro, il futuro papa Alessandro VII scriveva senza necessità di ulteriori traduzioni che Raffaello aveva dipinto l’immagine della “sua meretricula”.

Concludiamo la divagazione rilevando che ancora adesso, nel romanesco spiccio, mettere nei guai una ragazza si dice “mettere la pagnotta in forno”. Ecco allora che la politica dei due forni assume ineludibilmente anche un vago significato di opportunismo, di profittazione se non – con rispetto parlando – di mignottitudine.

I due forni craxiani

Sia come sia, questo non ha impedito al principio andreottiano di essere praticato più e più volte, nel corso delle repubbliche successive. La Dc, innanzitutto, se lo trovò ritorto contro ancora una volta da quei socialisti che, sotto la guida di Bettino Craxi, a metà degli anni ’80 per due forni intendevano proprio la Dc e poi anche il Pci. A Stefania Craxi, figlia del Leader, l’accostamento non è mai piaciuto: certe cose sono democristianerie. Ma va detto che lo stesso Silvio Berlusconi nel 2009 sembrò dare all’espressione una piena connotazione socialisteggiante quando accusò Pier Ferdinando Casini, un doroteo fino al midollo, “di voler ricostruire un grande centro perché forse ha nostalgia dei due forni, e vuol porsi come ago della bilancia come faceva Craxi”.

In effetti Craxi non amava l’idea dei due forni, ma amava l’accostamento a Ghino di Tacco, signorotto di passo ricordato da Dante e padrone della rocca di Radicofani. Chi da Roma andava a Siena o da Siena andava a Roma doveva fare i conti con lui, e lui sceglieva con chi fare gli accordi. La differenza non è un granché. E poi, in fondo, ma qual è la differenza tra tutto questo e l’atteggiamento di un Matteo Renzi che governava con Angelino Alfano ma faceva le riforme costituzionali con Silvio Berlusconi, che stava all’opposizione? Ecco allora tracciata una possibile strada per questi giorni di riforme da varare e governi da formare.

Epigoni d’oltreoceano

Del resto è quello che faceva, con grande stile, Bill Clinton. Due forni in American English si dice Triangulation. “Triangolazione”, nè più né meno. La teorizzò un ascoltato consigliere del Presidente, Dick Morris, che per ironia della sorte ebbe la carriera stroncata per una confidenza di troppo cui si era lasciato andare mentre era in compagnia di una fornarina. Secondo Morris il segreto del successo in politica consisteva nel governare da sinistra facendo propria l’agenda politica della destra. Se qualcuno vuol fare di testa propria, c’e’ sempre l’altro.

Clinton ci ha governato, con questo principio, per otto anni interi. Attenzione, però, perché secondo Guicciardini il politico deve operare, se vuol sopravvivere, delle scelte precise. Altrimenti rischia che nessuna delle due parti alla fine gli mostri gratitudine e lui resta con un pugno di mosche in mano. Se gli va bene: si può sempre finire, come le vecchie volpi, in pellicceria. Dove, a differenza delle panetterie, il servizio offerto non lascia spazio alla facoltà di esprimere una preferenza.

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