Politica

<p>Nei rapporti di forza tra i partiti ci sono delle novità interessanti</p>

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

Le settimane appena trascorse sono state piuttosto dense di eventi politici, come non capitava da quei giorni incredibili in cui si passò dalla crisi istituzionale alla formazione del Governo Conte, passando per l’incarico “fantasma” a Carlo Cottarelli e alle richieste di impeachment per il Capo dello Stato. Non molto tempo, in effetti. L’Italia è così, un Paese dove siamo ormai abituati a continui sviluppi e colpi di scena, come in un’eterna telenovela.

Alcuni di questi sviluppi hanno un forte impatto sull’opinione pubblica; altri fanno venire a galla un orientamento, o comunque un “sentimento” degli elettori, meglio di quanto possa fare qualunque sondaggio. È il caso dei due avvenimenti principali dell’ultima settimana: da un lato il primo turno delle elezioni amministrative, che hanno visto andare il voto oltre 700 comuni (di cui ben 109 con più di 15 mila abitanti e 20 capoluoghi); dall’altro la controversa vicenda della nave ‘Aquarius’, carica di oltre 600 migranti, a cui è stato impedito l’attracco nei porti italiani, con strascichi polemici anche internazionali.

Cosa dice la nostra Supermedia dei sondaggi, dopo questi avvenimenti? Come al solito, dobbiamo premettere che solo una parte delle rilevazioni considerate sono state svolte dopo i fatti suddetti, ed è verosimile che eventuali impatti emergeranno con maggiore evidenza nelle prossime settimane. Ma i dati di oggi sono comunque significativi, se non altro perché ci consentono finalmente di quantificare, in modo compiuto, se e in che modo siano cambiate le intenzioni di voto in seguito all’insediamento del nuovo governo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto dall’inedita maggioranza Movimento 5 Stelle-Lega.

Per una tendenza che si conferma ce n’è una che si attenua. La prima è quella relativa al M5s, che anche questa settimana (30,3%) mostra un calo rispetto al dato precedente: in 2 settimane il movimento fondato da Beppe Grillo ha perso quasi un punto. Sono invece 3,3 i punti persi in un mese e mezzo da quello che è tutt’ora il primo partito italiano, poco più di mezzo punto a settimana. Dopo diverse settimane di cautela, possiamo ora dire con certezza che l’accordo di governo non sta giovando ai grillini, che oggi valgono circa due punti e mezzo in meno rispetto alle Politiche del 4 marzo.

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La tendenza che invece si attenua è quella relativa alla Lega: dopo settimane di crescita impetuosa, il partito di Matteo Salvini fa registrare, se non una frenata, quantomeno un rallentamento, guadagnando “solo” 1,2 punti nelle ultime due settimane e fermandosi al 25,1%.

Se i due partiti di testa rallentano, qualcosa si smuove tra gli inseguitori: dopo settimane di sostanziale immobilità, il Partito Democratico prova a rialzare la testa, crescendo di oltre un punto rispetto a 15 giorni fa e superando – per la prima volta dal 4 marzo – il dato delle Politiche (18,9 per cento contro 18,7). Al contrario, Forza Italia flette in modo abbastanza evidente, scendendo – ed è una “prima volta” anche in questo caso – sotto l’11%.

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Il grafico relativo alle “aree” mostra una tendenza particolare: se nelle settimane successive del 4 marzo il centrodestra si era gradualmente espanso, comprimendo prima il centrosinistra e poi il M5S, adesso sembra aver toccato una sorta di “soffitto di cristallo”, fermandosi poco sopra la soglia del 40%, mentre il centrosinistra riprende lentamente a crescere, dopo aver sfiorato pericolosamente la soglia psicologica del 20% – sotto la quale il rischio di una crisi irreversibile per il fronte progressista si sarebbe fatto troppo alto. Stretto tra gli altri due poli, “intrappolato” in una posizione (quella di partito di governo, per giunta alleato con un altro partito, ben più connotato ideologicamente) che non consente più quella mobilità politica a cui è stato per tanto tempo abituato, il Movimento 5 Stelle sembra mostrare segni di sofferenza.

Segni di sofferenza che emergono anche dal risultato del primo turno di elezioni comunali, di cui si è detto. È vero che quelle amministrative sono le elezioni locali per eccellenza, dove i fattori politici nazionali contano meno. Ma è anche vero che, nei 109 comuni superiori (cioè con più di 15 mila abitanti) andati al voto domenica, il Movimento 5 Stelle aveva ottenuto complessivamente circa il 40% dei voti poco più di tre mesi fa, alle Politiche del 4 marzo. Accedere al ballottaggio in molti di questi comuni, se non addirittura vincerne diversi al primo turno (soprattutto al Centro-Sud) sembrava un obiettivo pienamente alla portata del M5s. Che invece non è riuscito a vincere al primo turno in nessun comune (nemmeno in Sicilia, dove per farcela basta il 40%) e ad artigliare solo 7 ballottaggi in totale. Il grafico dei voti ottenuti dalle coalizioni in sostegno dei vari candidati sindaco nel totale dei comuni superiori mostra molto bene chi sono vincitori e sconfitti di questo primo turno, nell’attesa che i 75 ballottaggi previsti per il 24 giugno forniscano un quadro completo.

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I numeri lasciano poco spazio alle interpretazioni: il centrodestra ha vinto nettamente la competizione, non solo in termini di voti ma anche per quanto riguarda i comuni vinti al primo colpo (14 su 34). La coalizione, stavolta trainata dalla Lega, ha sostanzialmente conservato i voti presi il 4 marzo (e non era facile, considerando il gran numero di candidati “civici”, ossia senza affiliazione partitica) e soprattutto ha invertito il bilancio rispetto alla tornata precedente di comunali, che avevano visto prevalere nettamente il centrosinistra. Centrosinistra che può vedere comunque questo primo turno come il proverbiale bicchiere mezzo pieno: avendo sì perso molte amministrazioni dove governava (erano ben 56 su 109 prima di domenica) ma incrementando i propri voti rispetto alle Politiche e tornando a respirare aria di “secondo polo”. Mentre il Movimento 5 Stelle è il principale sconfitto della tornata: si sapeva che era impossibile replicare il risultato del 4 marzo, se non altro perché da sempre le amministrative sono – per vari motivi – il tallone d’Achille di Di Maio e compagni, ma dal partito di maggioranza relativa (in Parlamento e, come abbiamo visto, anche nelle intenzioni di voto) era legittimo aspettarsi qualcosa di più. Soprattutto considerando che, nonostante la massiccia presenza di liste civiche, il M5s come lista ha fatto peggio del PD (11,5% contro 16,3%).

 

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