Cronaca

La memoria che non ci interessa più (purtroppo) e la legalità (malata) a corrente alternata

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: CRONACA

Succede ogni anno in questo periodo. Sistematicamente e senza possibilità di errore. Ogni volta che si comincia a parlare dell’anniversario della strage di Capaci grandi articoli di giornale, grandi condivisioni sui social. Ma puntualmente quelle condivisioni non corrispondono a letture.

E succede anche oggi. Tanti ‘mi piace’, numerose condivisioni ma letture che si aggirano intorno al 10%. Il fenomeno del mi piace, della condivisione o del commento di un articolo senza averlo letto, badiamo bene, non si limita certo agli anniversari. E’ un fenomeno diffuso su internet fra i leoni da tastiera e chi scrive e lavora on line sa bene che è così. Sono tanti, decisamente troppi, coloro i quali si fermano al titolo e ritengono di essersi informati e magari chiedono conto e ragione dell’assenza d iquesto o quel dato che magari si trova nella seconda o terza riga del pezzo.

Ma questo fenomeno cresce a dismisura quando si parla di commemorazioni. Tutti pronti a condividere, a mettere un mi piace e a mostrarsi solidali, fautori del ricordo, antimafiosi da strada. Me nessuno, in realtà, che legga, si informi,  che conosca ciò a cui ha dato il suo like o la sua condivisione.

E’ la memoria 3.0, quella un tanto al chilo che bisogna mostrare anche se alla fine non ci interessa più di tanto. Ciò non toglie che ci siano siciliani e non impegnati veramente nella memoria e che sono convinti di ciò che fanno. Ma per i più è uno status symbol, qualcosa da mostrare un paio di volte l’anno per non restare indietro, ma nulla di più.

E’ questo il substrato siciliano che sta alla base di una quantità di commemorazioni di facciata, di dovere, di esigenza: passerelle senza vero significato ma che si devono fare.

Ed eccoci arrivati al 2018 con tutto pronto per un’altra commemorazione ma stavolta con un clima che minaccia di essere diverso. Mancheranno in piazza i professionisti dell’antimafia o almeno una parte di loro. Alcuni sono ai domiciliari, altri sotto inchiesta, altri ancora quantomeno chiacchierati e bene farebbero a starsene a casa. Dal giudice Saguto al paladino della svolta industriale Montante sono caduti i miti e rischiano di trascinare con loro anche tanti politici ed esponenti della così detta società civile (civile poi è tutto da dimostrare) che al momento magari non sono indagati (o lo sono e non ne siamo a conoscenza) ma su quei personaggi, su quelle scelte, su quegli appoggi hanno costruito carriere, immagine, magari anche piccoli e grandi ricatti.

Cosa sia penalmente rilevante e cosa no sarà la magistratura a dircelo ma di certo è venuto meno un sistema: finalmente! Ancora non del tutto in realtà. Ma cade l’ipocrisia del ‘io sono antimafioso e tu o sei con me o sei mafioso’, vengono meno le stanze dei dossier (e quella che Montante non sapeva di avere a casa probabilmente non è l’unica). Quello che non viene ancora meno è la credulità di tanti che continuano a dare patenti di legalità senza rendersi conto di essere stati manovrati, utilizzati per scopi che di moralmente accettabile  (se non di illegale) avevano davvero poco.

La mafia rischia di aver vinto ancora facendosi chiamare antimafia? Questo non è dato saperlo ma vent’anni fa o forse anche più c’era un avvocato penalista a palermo, che era stato parlamentare per i radicali, un tale Pietro Milio che prendendo le difese di Bruno Contrada disse senza paura: “Non sono avvocato di cosca di mafia né avvocato di cosca di antimafia”. In quella frase c’era già tutto.

Ma l’intera vicenda è più complessa di così se ci sono magistrati che sono diventati politici, magistrati che pur restando tali hanno fatto e fanno politica con i processi, se ci sono esponenti della società civile che usano l’essere antimafiosi per poter ricattare gli altri accusandoli di mafia, se ci sono politici che pur essendo stati o volendo continuare ad essere vicini al crimine organizzato lo ripudiano pubblicamente per poter ottenere una ‘patente’ e così via.

Allora cosa ricordiamo nel 2018 e con quale spirito? Non è forse il caso di ‘saltare un turno’ di manifestazioni antimafia e celebrazioni del ricordo? Difficile a dirsi ma una cosa è certa: la legalità non si può propugnare il 23 maggio o il 19 luglio né utilizzare come una spada, un’arma contro gli avversari. In questo modo state perdendo tutti credibilità ed a vincere è sempre e solo la mafia che si fa Stato.

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