Politica

Di Maio, il Pd e i due forni di Emmanuel Macron in Europa

Pubblicato su INFORMAZIONE 24 in: POLITICA

Macron e Di Maio, la strana coppia agita i sonni dell’Europarlamento. In una tempesta quasi perfetta in cui partiti vecchi affondano, di nuovi ne emergono ma nessuno sa cosa riservi il domani, gli scossoni che partono dall’Italia investono anche il cuore del Vecchio Continente. Anche qui i modelli politici tradizionali sono dichiarati in via di consunzione dall’elettorato; altri ne stanno prendendo il posto, o almeno ci provano.

È il caso della Francia, dove la crisi del Psf (cui fa da contraltare la vicenda delle formazioni neogolliste e quella personale di Sarkozy) ha generato un modello, almeno finora, di successo. En Marche nasce dalle ceneri della sinistra, quella che si è fatta liberale se non liberista negli ultimi decenni. Un partito 'leaderista', pragmatico e ben piazzato al centro. Soprattutto vincente se dall’altra parte la destra estrema arriva al ballottaggio. Ora Emmanuel Macron e la sua creatura sentono il richiamo di un’altra forza leaderista e molto pragmatica, che non è tecnicamente di centro ma potrebbe divenirlo presto. Sono gli italiani dell’M5s, impegnati a dialogare a casa loro con la Lega ma anche con il Pd, a comportarsi da movimento ma anche da partito, a rimarcare la propria diversità ma anche a compiere una più o meno lunga marcia nelle istituzioni.

Ci sono tutti i motivi per un interessamento reciproco, tanto più che i grillini si stanno sganciando, in Europa, da quelle amicizie pericolose che sono gli euroscettici del gruppo Efdd: poco presentabili, ora giudicati in via di estinzione. Potrebbero sparire a causa del loro stesso successo, vale a dire la vittoria della Brexit che porterà lontano da Strasburgo Nigel Farage, che del gruppo è il nume tutelare.

Niente di meglio, quindi, che portare i grillini in cerca di una casa in Europa (l’euroscetticismo è sparito con i primi giorni della recente campagna elettorale) nell’alveo del politicamente accettabile. Tanto più che anche la formazione di Macron, nata appena due anni fa, è sostanzialmente priva di punti di riferimento all’Europarlamento. Ecco allora che viene lanciato il classico ballon d’essai. In una intervista al Corriere della Sera, un consigliere di Macron di nome Shahin Vallée dice che ci sarebbe un forte interessamento al dialogo. Sempre che, sia chiaro, l’M5s rinunci a farsi ammaliare dalla Lega di Salvini, che poi è il corrispettivo di quel che in Francia è il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, l’arcinemica di Macron. Come condizione, allo stato attuale delle cose, equivale più o meno ad un capestro, data la possibilità che Salvini divenga partner di governo di Di Maio tra qualche settimana. Ma non è da parte italiana che arrivano le difficoltà. Anzi.

Anzi, è proprio da En Marche che partono i siluri, sotto forma di comunicato diramato, invariabilmente, via Twitter. Vengono citate varie e insuperabili divergenze valoriali che impedirebbero di realizzare il progetto. Dietro, si sussurra, vi siano altri consiglieri di Macron non esattamente d’accordo con Vallée e il suo aperturismo. Ma poi, all’improvviso, nuovo colpo di scena: la nota sparisce da dove era apparsa, ed En Marche si blocca in quello che sembra essere il più classico dei surplace. In attesa che altri prendano l’iniziativa, per scattare poi d’infilata.

I giochi, infatti, sono ancora più complicati: il rapporto preferenziale con l’M5s infatti tenta dalle parti di Parigi, ma non è l’unica tentazione per Macron, che da sempre guarda con interesse ad una seconda forza già di sinistra ma poi votata al centrismo. È il Pd già di Matteo Renzi ed ora a guida Martina, il cui risultato elettorale pare stia spingendo verso il lancio di un nuovo soggetto politico, o almeno così si sussurra in qualche corridoio. Un soggetto in qualche modo gemello di quello macroniano, e con un pacchetto di voti attualmente molto inferiore a quello dell’M5s, ma del futuro non v’è mai certezza. Le elezioni europee, poi, non si terranno prima della fine di maggio. Del prossimo anno.

Diceva Wilson quando era primo ministro di Sua Maestà: “In politica una settimana è l’eternità”. Figuriamoci 13 mesi.

     

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